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Il Ciri agroalimentare ha un nuovo direttore: è il professor Francesco Capozzi

Capozzi, 57 anni, è professore associato nel Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Università di Bologna

Nuovo direttore per il Centro interdipartimentale di ricerca industriale agroalimentare di Cesena. Si tratta del professor Francesco Capozzi che raccoglie il testimone dal professor Marco Dalla Rosa. Il centro, che ha sede a Cesena nella nuova sede del Tecnopolo a fianco di Villa Almerici, dove è dislocato il Campus degli Alimenti, è uno strumento dell'Università di Bologna che si pone l’obiettivo di svolgere e coordinare attività di ricerca e innovazione rivolta a potenziare i rapporti con l’industria, promuovere i risultati della ricerca stessa e implementare il trasferimento tecnologico per rispondere alle esigenze del mondo produttivo.

Capozzi, 57 anni, professore associato nel Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Università di Bologna, è laureato in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche nell'Università degli Studi di Firenze, ha lavorato fino al 1989 nelle Industrie Farmaceutiche Riunite Menarini di Firenze, dirige il gruppo di ricerca "Bio-Nmr" con attività mirate allo studio dei sistemi biologici, è esperto di nutri-metabolomica, è co-fondatore della disciplina Foodomica e organizza, sin dal 2009, il Congresso Internazionale dedicato a tale tema che si svolge, con cadenza biennale, a Cesena.

"Apprestandomi ad assumere questo incarico di prestigio - afferma Capozzi - desidero innanzitutto ringraziare il mio predecessore e collega Marco Dalla Rosa, che mi ha lasciato in eredità un patrimonio importante e strutturato. Cercherò con tutto me stesso di dare il massimo per proseguire e consolidare l’attività del Ciri Agroalimentare, partendo da un aspetto che mi sta particolarmente a cuore, ovvero la stabilizzazione del personale precario. Mi spiego: nel nostro staff operano assegnisti di ricerca che hanno maturato competenze significative, sui quali però non ci sono prospettive di assunzione diretta, in quanto il contratto con il quale sono inquadrati prevede rinnovi fino a 5 anni, all’interno degli ordinamenti dell’Università di Bologna. E’ ovvio che, scaduto questo lasso di tempo, perdere questi giovani rappresenta un problema non solo per gli interessati che perderebbero un lavoro pieno di soddisfazioni, ma anche per l’intera struttura a cui verrebbero a mancare quelle preziose risorse umane che abbiamo formato negli anni. L’idea per risolvere questa annosa questione potrebbe venire dalla costituzione di una società esterna (una sorta di start up), nella quale potrebbero essere collocati i giovani professionisti in uscita dagli assegni di ricerca, tramite apposite convenzioni con il Ciri Agroalimentare".

“Un altro aspetto su cui cercherò di porre l’attenzione - continua Capozzi - è il modus operandi con cui attuare il trasferimento tecnologico al mondo delle imprese, che di fatto è l’obiettivo primario della nostra organizzazione. Oggi il nostro Ciri è il centro a più ampio spettro di copertura tecnologica all’interno della Regione Emilia-Romagna ma racchiude in sé potenzialità ancora più grandi: serve un’azione convinta per l’avvicinamento del comparto produttivo regionale, nazionale e dell’area del Mediterraneo verso le competenze che possiamo offrire. Mi impegnerò perché la nostra organizzazione diventi a tutti gli effetti il Centro di Ricerca e Sviluppo delle piccole e medie imprese agroalimentari, una sorta di prolungamento aziendale che possa essere percepito dalle imprese stesse come un proprio reparto, in cui la dislocazione esterna sia considerata solo un aspetto logistico e non sostanziale".

"Ci sono poi da considerare anche aspetti legati alle nuove aperture concesse dall’Ateneo in concomitanza dell’entrata in vigore del nuovo Regolamento dei Ciri - conclude Capozzi - che oggi ci permette, senza entrare in competizione con i Dipartimenti Universitari sulla ricerca di base e applicata, di aggredire i bandi di Horizon 2020 e del futuro Horizon Europe, in merito alle innovation action, ovvero progetti Europei con forte componente industriale. Lo sviluppo in termini di aderenti al Ciri Agroalimentare, passato nell’ultimo mese da circa 70 a 115 unità (professori universitari, ricercatori, assegnisti di ricerca), unito ai nuovi indirizzi di Ateneo, quindi ci consente di spaziare, in termini di progetti innovativi, non solo nell’ambito delle scienze degli alimenti, ma anche in altri contesti quali la chimica, le biotecnologie e i nutraceutici, l’ingegneria e la statistica. Insomma, una sfida decisamente stimolante".


 

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