Infermiera nel reparto Covid: "Siamo in guerra, continuiamo a rinnovare il nostro 'sì' quotidiano"

La testimonianza di chi è in prima linea contro il virus: "La missione è salvare più vite possibili, non sempre siamo muniti di opportune protezioni"

Sotto stress, con turni massacranti e con la paura di essere contagiati. Ma anche con elogi quotidiani da parte di tutti, insieme ai medici sono "gli eroi" che stanno affrontando in prima linea il Coronavirus. Si tratta degli infermieri, in particolare di quelli chiamati 'al fronte', cioè nei reparti Covid, a tu per tu con i malati affetti dal virus che ha cambiato le nostre vite. Quella arrivata in redazione è una lettera, ma anche uno sfogo, di un'infermiera del Bufalini.

"Anche io sono tra quella truppa di 'guerrieri, eroi , angeli' che oggi l’Italia applaude. Tra quelli chiamati a combattere questa guerra funesta e silenziosa che in poco più di un mese ha decimato la popolazione dei più deboli. Faccio parte della schiera di quelli che hanno scelto questo lavoro con convinzione e spirito di sacrificio. Per quanto impegnati su un fronte che ogni giorno ci mette di fronte muri sempre più alti da scalare, continuiamo a rinnovare il nostro “si” quotidiano, per far funzionare un ingranaggio complesso e delicato in cui un solo tassello mancante può mandare in avaria il motore".

"Nessuno può risentirsi se molti di noi lamentano la condizione di essere sprovvisti dei Dispositivi di protezione individuale. E’ risaputo che qualunque persona venga mandata in guerra debba essere munita di opportune protezioni; ebbene, siamo in guerra anche noi".

L'infermiera ripercorre il tour de force delle ultime settimane. "I nocosomi dell’Ausl della Romagna, di Cesena, Rimini, Lugo e Ravenna, preventivando l’impeto di un “tornado rovinoso” hanno allestito in tempi da record unulteriore terapia intensiva per i pazienti critici provenienti da altre regioni, poi hanno trasformato in toto intere unità operative in “reparti covid”. Il personale è stato da un giorno all’altro smistato e chiamato a operare in tali reparti. Nessuno a tale chiamata ha opposto rifiuto, diniego o opposizione. In mezzo a tutti questi traslochi iniziati e mai finiti che vedono ogni giorno, ogni ora, ridurre i posti letto per accogliere sempre più pazienti infetti in fase attiva, remissiva o prossima alla guarigione".

L'infermiera racconta la difficoltà di "mantenere il metro di distanza che è ancora più grave quando si lavora con protezioni inadeguate, ossia con mascherine chirurgiche o simili. Le Mascherine chirurgiche per altro, per questioni di scarsa disponibilità , mancata distribuzione o altro sono centellinate, ma poco importa dal momento che le suddette mascherine sono praticamente inutili. Delle maschere con filtro FFP2/FFP3 neppure l’ombra, per non parlare dei camici protettivi", la riflessione amara, ma nonostante tutto la missione resta "Salvare quante più vite possibile col tempo che incalza senza lasciarci spazio di organizzare le nostre vite, sopravviviamo a turni incessanti senza trovare tempo e spazio per tutto quello che c'è fuori".

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