La vita ai tempi del Coronavirus - "In fila per la spesa vedi le persone col terrore della solitudine"

"Una mattina dello scorso fine settimana, dove non ero di turno, sono andata a fare la spesa. Devo ammettere che la fila necessaria da fare in questo periodo, offre degli spunti di osservazione interessanti"

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Mi chiamo Laura, sono una infermiera, vivo e lavoro a Cesena: trascurando volutamente l'aspetto lavorativo, la gestione della vita quotidiana al di fuori delle mura domestiche, ha richiesto un mutamento radicale di tutte quelli che erano i modi e i tempi dello svolgimento della stessa.
Una mattina dello scorso fine settimana, dove non ero di turno, sono andata a fare la spesa. Devo ammettere che la fila necessaria da fare in questo periodo, offre degli spunti di osservazione interessanti: attendere il proprio turno, significa fermarsi e, anche se a distanza, osservare.
Guardarmi attorno ha voluto dire “scrutare”, innanzitutto, le posture delle persone: c'era chi si appoggiava al lato del carrello, chi di fronte, oppure chi lo lasciava incustodito ed andava a sedersi sul ciglio del marciapiede, mantenendo l'occhio in direzione della porta d'ingresso del supermercato per non perdere il proprio turno. Per alcuni, stare lì in piedi, era parecchio stressante e, per certuni in particolare, stavano per iniziare i problemi, se come me avevano calcolato un tempo medio per fare acquisti, la lunga attesa li aveva condotti alla conclusione che i loro conteggi erano sbagliati, a causa della duratura permanenza di altri clienti all'interno del locale. E' successo di vedere alcune persone che giravano attorno agli scaffali più volte e altre che percorrevano le corsie in avanti e indietro riflettendo (un po' troppo a lungo) sul cosa comprare. Mi veniva da sorridere perché immaginavo gli avvoltoi che badano la preda!

In alcuni clienti, attendere il proprio turno, produceva ansia e nervosismo; tra sbuffi e monologhi, non proprio silenziosi, capitava di udire qualcuno borbottare: “Vedi di darti una mossa!”, il tutto detto in dialetto romagnolo. Erano avvertimenti che avrebbero, forse, prodotto qualche effetto se non osservati, ad esempio un'imprecazione. Di ritorno a casa, dopo aver sistemato gli acquisti ognuno nel suo scaffale o dispensa, era arrivata l'ora di pensare all'organizzazione delle faccende domestiche: letti da cambiare, bagni da pulire, lavatrici, insomma tutte le varie incombenze che richiede una casa in ordine. Poi c'era da inventarsi il pranzo e subito dopo sistemare la cucina e le stoviglie; in questi casi la quarantena non ha cambiato alcuna abitudine. Fondamentalmente, erano il tardo pomeriggio e il dopo cena che dovevano essere organizzati: grandi stravolgimenti non sono stati possibili per cui, tra letture di vario genere e il tempo trascorso su Facebook e Whatsapp, le ore sono scivolate via. 

In merito ai social, se proprio devo essere sincera, non ne ho mai fatto un grande utilizzo, ho sempre preferito il contatto personale, forse perché appartengo alla generazione in cui gli amici si chiamavano urlando dalla strada. Questa quarantena mi ha portata a rivalutare sia Facebook che Whatsapp: il telefono che suona all'arrivo di un messaggio, rincuora. E non nego che a differenza di ciò che avrei fatto fino a pochi giorni fa, dove mi sarei limitata al massimo nel rispondere con poche parole ad una notifica sul cellulare, ora se posso scrivere qualcosa in più non me lo nego, perché equivale ugualmente a comunicare.

Turni di lavoro permettendo, di nuovo sono tornata a far spesa e, come per le volte precedenti, i fatti si sono susseguiti più o meno allo stesso modo, facendomi riflettere su quanto è vero che non siamo abituati ad aspettare pazientemente: viviamo in un mondo frenetico, ogni cosa va fatta di fretta e questa, l'impellenza, è entrata a far parte del nostro DNA in maniera inconsapevole. Di punto in bianco, abbiamo ricevuto lo stop, il fermo, l'altolà: spaesati sulla riorganizzazione del da farsi quotidiano, lo siamo anche con noi stessi. Abbattuti e con le spalle al muro: non si tratta solo di inventarci qualcosa da fare in sostituzione alle vecchie abitudini, per “ammazzare il tempo”; dobbiamo anche ingegnarci, o per lo meno dovremo farlo, per guardare un po' di più a noi stessi, ricostruirci e riprendere vecchi valori dimenticati in qualche anfratto della memoria. Questo periodo di quarantena è il movente che ci fa incontrare la solitudine: sono tante le persone che di questa hanno il terrore e, per forza di cosa, come la sentono avvicinarsi, “scappano” impiegando ogni energia a cercare un impiego. Ma quello che mi chiedo è: si avverte realmente la necessità di avere qualcosa da fare o si ha semplicemente paura di stare con sé stessi?

La solitudine va conosciuta e, una volta incontrata, perché no, la si potrà anche apprezzare: stando soli si ha modo di riflettere sul proprio modo d'essere, andando alla ricerca degli errori e, dove possibile, correggerli. Come ogni altra situazione, non sempre si accompagna a cose negative, può conservare aspetti positivi, variabili da persona a persona: per esempio, chi va a correre è solo e allo stesso modo lo è chi fa lunghe camminate, chi legge o chi scrive. In questi frangenti di vita, si è soli e si ha modo di pensare; la solitudine aiuta anche a scaricare lo stress e il carico di nervosismi imposti dall'esistenza. Termino la mia riflessione invitando chiunque lo voglia fare a cercare momenti da dedicare a sé stessi: che siano di mezz'ora o un'ora non ha importanza, ciò che conta è trovarli, soprattutto adesso che il tempo non manca. 

Laura Brunelli

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