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Pietrapazza, storia di un mondo scomparso: le testimonianze e i racconti

Una piccola comunità, che come tutte quelle montane, pian piano ha abbandonato gli insediamenti antichi, per migrare verso la città. La chiesa del villaggio è raggiungibile anche in auto

Pietrapazza, 1930. Festa di S. Eufemia

I ruderi di questo piccolo centro abitato nel cuore del Parco delle Foreste Casentinesi, sono  ora meta di escursioni. Ma fino alla metà circa del 1900, nella piccola frazione del Comune di Bagno di Romagna, c'era un vero e proprio centro abitato, del quale oggi si ammirano i resti, alcuni ben conservati, come la chiesa di Sant'Eufemia e la canonica, restaurati, altri meno. Questo era il popolo di Pietrapazza, “un microcosmo contadino popoloso e appartato, di cui oggi non rimane quasi più nulla”, così definito nel sesto volume della collana 'Ad limina', “La gente di Pietrapazza”, di Claudio Bignami ed  Alessio Boattini.

Una piccola comunità, che come tutte quelle montane, pian piano ha abbandonato gli insediamenti antichi, per migrare verso la città. La chiesa del villaggio è raggiungibile anche in auto, una decina di chilometri dopo l'abitato di Poggio la Lastra, seguendo una strada sterrata. Poi intorno i resti, colonizzati da piante ed insetti, che in alcuni casi hanno ancora la forma di case, in altri casi sono solo pietre. 

Un'ex insegnati forlivese, oggi 87enne, Maria Gardini, ricorda il breve periodo di supplenze che fece in questa piccolissima frazione: “A metà circa degli anni '50 sono stata supplente in diversi paesini montani di quelle zone, tra cui Strabatenza e Pietrapazza. Qui non c'era una scuola vera propria, ma si faceva lezione in una casa, sopra la stalla, con 3- 4 alunni, di età diverse. Mi accompagnarono a Pietrapazza a cavallo di un mulo e ricordo che la proprietaria della casa dove alloggiai per qualche giorno, mungeva una capretta ed ogni mattina mi portava il latte caldo appena munto”.  

E' proprio uno degli autori del volume, Boattini, professore associato di Antropolgia genetica  all'Università di Bologna, che ci racconta la sua esperienza durante la raccolta del materiale e le interviste alla gente del posto. Il primo incontro con questo luogo suggestivo è avvenuto anni fa: “Ci sono stato quando avevo circa 10 anni, per me fu l'ingresso in un mondo sconosciuto, mi sentivo come un archeologo che scopriva le piramidi d'Egitto”. Oggi, oltre alla chiesa, anche il cimitero e una delle ultime case ad essere abbandonate, Ca' di Pasquino, sono in buone condizioni.  “Un gruppo di famiglie si sta occupando della casa – spiega Boattini -  l'hanno risistemata”.

Ma qual è la storia di questa comunità?
“Come in molte altre zone dell'Appennino, il grosso del popolamento è avvenuto verso la fine del 1400,  sono diversi gli  indizi che portano in quella direzione. Si  insediarono contadini che, non di rado, avevano altre abilità artigianali, come ad esempio quelle da muratore: le varie case di Pietrapazza sono state costruite un po' per volta – racconta Boattini -. Come tutte le civiltà contadine di montagna, infatti, questi abitanti sapevano fare un po' di tutto: lavorare il legno, costruire case, c'erano famiglie di mugnai. Si trattava tendenzialmente di comunità autosufficienti. All'inizio quasi tutti erano piccoli possidenti”. Anche questa zona ha risentito delle dominazioni che si sono susseguite nell'Alta Valle del Aidente, ma sempre in maniera marginale, considerando che i primi insediamenti risalgono comunque al 1400 . Faceva eccezione “l'eremo nuovo, eremo calmaldolese fin dai primi anni del XII secolo, che nacque a Strabatenza, poi venne spostato a Pietrapazza. Qui vi fu il priore fino agli inizi del '500, dopodichè l'edificio fu trasformato in un podere, anche se rimase comunque di proprietà dei frati camaldolesi”.

La comunità di Pietrapazza, nel massimo della sua popolosità raggiunse tra i 200 e i  250 abitanti.“Il declino demografico - prosegue Boattini -, é iniziato negli anni '30,  le prime case  furono abbandonate verso la fine del 1930.  La migrazione massiva avvenne invece negli anni '50, tanto che nel 1961 erano rimasti circa una sessantina di abitanti. Gli spostamenti furono sì verso Bagno di Romagna, Santa Sofia e verso la pianura, ma una parte significativa degli abitanti di Pietrapazza, forse la maggioranza, valicò il monte per andare in Toscana”. 

I ricordi più suggestivi sono sicuramente quelli degli ultimi abitanti di questo microcosmo. “Gli ultimi due abitanti furono Clorinda Ricci e il padre,  che lasciarono Pietrapazza nel 1970,  prima di loro Adele e Maurizio Milanesi che abbandonarono la loro abitazione, Ca' di Pasquino, nel 1963”.

“Ci siamo divertiti nella raccolta delle informazioni, molti abitanti dei luoghi circostanti non ci conoscevano ed in molti casi inizialmente mostravano una sorta di diffidenza. Sicuramente ho un ricordo molto piacevole di una grande testimone,  appunto l'ultima abitante, Clorinda Ricci,  che ora vive a Bibbiena. Ci ha parlato degli ultimi inverni in totale solitudine,  a poco più di 20 anni solo con il padre.  Anche  Adele e Maurizio Milanesi ci hanno narrato degli ultimi giorni che vissero lì,  di un'atmosfera un po' crepuscolare, di un mondo che non esiste più,  quando la chiesa  era già abbandonata”, conclude Boattini.

Queste erano le genti di Pietrapazza, di cui oggi restano solo i ricordi, in pochi casi orali e per fortuna messi per iscritto. Ricordi di comunità degli Appennini che oggi non ci sono più, di piccoli mondi autosufficienti, che sono via via scomparsi.

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