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Mercoledì, 25 Maggio 2022
Cronaca

Smantellata una vendita piramidale con oltre diecimila "associati": a Cesena uno dei fondatori

I Finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Rimini hanno eseguito il decreto di sequestro preventivo per oltre 7,3 milioni di euro

E' scattato martedì mattina il sequestro preventivo, emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Rimini, di attività finanziarie, beni immobili e beni mobili per oltre 7,3 milioni di euro, una somma ritenuta corrispondente al profitto di una presunta attività illecita di “vendite piramidali”. La commercializzazione dei prodotti da parte della società attenzionata è stata anche oggetto di servizi giornalistici da parte di programmi televisivi nazionali.

I Finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Rimini hanno eseguito il decreto di sequestro preventivo per oltre 7,3 milioni di euro, somma corrispondente al profitto del reato commesso da tredici soggetti dediti alla promozione e realizzazione, sull’intero territorio nazionale, di una struttura di vendita, asseritamente fondata sul network marketing, ma – in concreto – fondata sul mero reclutamento di nuovi soggetti e, pertanto, vietata dalla legge 173/2005 sulle vendite piramidali.

Secondo le indagini nel territorio riminese era radicato l’apice della rete di vendita di una società, avente formalmente sede a Milano e operante nel settore delle vendite “porta a porta”, la quale commercializzava integratori alimentari sull’intero territorio nazionale. Sono stati così denunciati 13 soggetti quali figure apicali della struttura di vendita piramidale e proposto, nei loro confronti, il sequestro preventivo ai fini della confisca, del profitto ritenuto. Degli indagati, tutti incensurati, due sono cittadini sammarinesi, uno romano, uno foggiano e gli altri romagnoli e dintorni: di Rimini, Pesaro e Cesena. Dalle indagini, inoltre, sarebbe emerso “un quadro di gravità indiziaria del delitto di omesso versamento di Iva”, come viene illustrato da una nota stampa.

In sostanza è emerso che a partire dal 2015, nella provincia di Rimini si era instaurato il primo nucleo di incaricati alle vendite (promoter) dell’impresa. È in questo territorio, infatti, che i leader fondatori della rete di vendita hanno cominciato l’attività di affiliazione e reclutamento che li ha portati a gestire, nel complesso, una struttura piramidale composta da oltre 10.000 persone. Tra queste migliaia figuravano sia persone in cerca di prima occupazione, e che hanno investito - depauperandoli - i propri risparmi per inseguire il sogno di scalare la gerarchia della struttura di vendite, sia persone che, illuse dal progetto, avrebbero addirittura abbandonato la precedente attività lavorativa. 

Sempre secondo le indagini il reclutamento avveniva sui social network, attraverso piattaforme digitali, ma principalmente nel corso di eventi in presenza e in grande stile presso strutture molto appariscenti e famose come palasport e aree meeting di grandi alberghi, nei principali capoluoghi e della capitale. Nel corso di tali incontri i vertici descrivevano il proprio successo e quello degli “ambassador”, soggetti che da zero e in poco tempo erano riusciti a scalare la struttura arrivandone all’apice, delineando e descrivendo le metodologie di ricerca di nuovi “adepti” e i risultati economici cui, di conseguenza, era possibile giungere.

Nel dettaglio, per la Procura e la Guardia di Finanza,, “centrale per le indagini è stata la decodificazione del “piano incentivi”, che delineava tutte le varie tipologie di provvigioni riconosciute. L’approfondita analisi della documentazione acquisita nonché delle informazioni assunte, di concerto con lo studio della giurisprudenza di riferimento, ha permesso di disvelare le connotazioni, allo stato valutate illecite, sottese al complesso e opaco piano di incentivi con il quale venivano calcolate le provvigioni, che si sono dimostrate principalmente interconnesse all’attività di affiliazione di nuovi adepti, rispetto a quanto riconosciuto per la vendita di prodotti, che risultavano essere secondari o ininfluenti”.

Ed infine: “La pericolosità sociale della condotta è emersa anche con riguardo alla gestione che i promoter sponsorizzatori («enroller»), in qualità di uplink leader, avevano dei soggetti arruolati nella propria “down line”; in conseguenza di ciò i primi determinavano le fortune dei propri iniziati decidendone le sorti nella scalata nel ranking aziendale e, conseguentemente, determinandone quelle finanziarie. La società non aveva strutture operative in Italia, il suo core business - ossia le vendite di prodotti - veniva realizzato esclusivamente dagli incaricati alle vendite che erano, nel contempo, essi stessi clienti”.
 

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