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"Ci siamo dovuti reinventare", Gianmaria Golinelli racconta com'è stato il rugby senza contatto

Il direttore tecnico di Cesena Rugby: "Togliere il contatto nel nostro sport significa tirare via quasi tutto"

Il rugby è certamente tra gli sport che hanno subito più di tutti gli effetti dei dpcm anti-Covid. Quella della sfera ovale infatti è un'attività di contatto, poiché il confronto fisico tra i giocatori è una delle costanti del gioco. 

Cesena Rugby nasce come società nel 1970, quando Alessandro Missori, rugbista romano trapiantato a Cesena, raccoglie attorno a sé alcuni appassionati e fonda il primo club di questo sport in città. Dopo una parentesi in serie A negli anni '90, nel nuovo millennio Cesena Rugby contribuisce alla fondazione di Romagna RFC, club che ha conquistato tre anni fa la promozione in massima serie. La società di via Montefiore invece milita tutto'oggi in serie C, campionato che quest'anno è stato sospeso a causa Covid. 

Direttore tecnico di Cesena Rugby, Gianmaria Golinelli ha esposto le principali difficoltà emerse negli ultimi difficili mesi in questo sport: "Abbiamo dovuto fare i conti coi vari timori dei genitori, anche a mandare i ragazzi al campo. Ci siamo dovuti reinventare come allenatori, perché per poter fare attività in campo rispettando i protocolli di sicurezza abbiamo dovuto fare allenamenti senza contatti. Togliere il contatto nel nostro sport significa tirare via quasi tutto. Siamo sempre stati operativi, poi nel passaggio dalla zona arancione scuro a quella rossa abbiamo dovuto sospendere anche per una questione di prudenza e sicurezza nei confronti dei nostri ragazzi".

'Reinventarsi' è stato il termine chiave in un periodo di incertezze e regole in continuo mutamento, in cui a farne più di tutti le spese sono stati i giovani: "Per quanto riguarda il mini rugby abbiamo creato un'iniziativa di allenamenti in diretta con noi allenatori una volta a settimana, chiamando i nostri ragazzi mentre noi eravamo al campo. E' stato un progetto che abbiamo provato ad aprire a tutte le famiglie e ai bambini che avessero voluto partecipare, provando ad adoperararci in ogni direzione per cercare di mantenere vivi e uniti i ragazzi. E' stato difficile, siamo soddisfatti: per quello che potevamo fare, abbiamo fatto il possibile, mantenendo compatto il settore giovanile. Speriamo di poter ripartire a regime la prossima stagione, come sempre abbiamo fatto".

Seguire i protocolli della Federazione ha portato i maestri ad abolire inizialmente il principio del rubgy, per poi tornare piano piano a viverlo, dopo tanta sofferenza: "Inizialmente non si poteva neanche addirittura utilizzare il pallone - spiega Golinelli -, per cui era consentita soltanto la semplice attività motoria individuale, cosa veramente difficile anche per i bambini, visto quanto è vasto il nostro mini rugby. Il fatto di venire al campo per loro e fare dei semplici giochini è stata un'altra complicanza per noi: l'obiettivo era quello di farli divertire e tenerli uniti curandone la motricità, ma è stato difficile. Venendo da scienze motorie sono dell'idea che ci debba essere non solo un ambito specialistico, ma per il settore giovanile anche un'apertura verso una possibilità di dare diversi stili motori ai ragazzi. Poi ci hanno aperto la possibilità di usare il pallone, quindi abbiamo cominciato a lavorare sulle tecniche di passaggio a distanza, fino ad arrivare all'ultimo step, che ci ha consentito il contatto. Ci sono state aperture graduali, ma tanta sofferenza in mezzo per organizzarci e tenere motivati i nostri ragazzi".

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