Vota Sciupone

Classe 1931, ha appena la licenza di terza media e ricopre ben due incarichi istituzionali pagati profumatamente: quello di Consigliere nella giunta della Regione Sardegna e quello di parlamentare, tra le file dei “Responsabili”. Sostenitore instancabile di Domenico Scilipoti, si prende gioco impunemente dei contribuenti sardi e promette loro posti di lavoro solo in cambio del voto. “Hai un figlio da sistemare? Una sorella da impiegare? Una zia da invalidare? Una cugina da assistenzializzare? Chiedi e avrai" è il motto di questo veterano della politica che campeggia nella sua pagina Facebook. Il suo titolo e il suo nome sono tutto un programma: on. Sciupone.

Fuor d’ironia, è interessante rilevare la scarsità di informazione e, di conseguenza, l’irresponsabilità dei mass media a pochi giorni da un referendum estremamente importante, quello per il quale il 6 maggio i cittadini sardi saranno chiamati ad esprimersi. Dieci quesiti “anticasta”: cinque abrogativi, cinque consultivi. Abolizione di quattro province, elezione diretta del Presidente di Regione, riduzione del numero di consiglieri regionali (e del loro stipendio), abolizione dei Consigli di amministrazione degli enti regionali, solo per citarne alcune. Insomma, un’iniziativa volta alla razionalizzazione della spesa pubblica in un momento in cui il paese è alla canna del gas. Non solo, un banco di prova di sensibilità politica del popolo sardo nonché del suo senso di compartecipazione alla cosa pubblica. C’è un piccolo problema però. Il popolo sardo non lo sa. Non sa che fra poche ore ha la possibilità di esprimersi su questioni che interessano direttamente il suo portafoglio.

Domanda: perché non lo sa? Perché il Movimento Referendario Sardo, promotore dei referendum, parla da settimane di “congiura del silenzio”? Perché i partiti non hanno preso a cuore l’iniziativa, dimostrandosi per una volta dei seri interpreti delle istanze popolari? Perché, dopo interminabili diatribe e continui rinvii, si è spinto il Tribunale civile ad esprimersi sulla legittimità di ben quattro dei dieci referendum a quattro giorni dall’election day? Ed infine, perché deve essere la società civile, con tutti i suoi limiti e la sua inesperienza, a doversi fare promotrice di iniziative politiche fondamentali come questo referendum e di diffonderne la notizia alla cittadinanza, al punto di dover ricorrere alla satira 2.0? Risposta: forse perché qualcuno, a Palazzo, teme l’effetto domino.
 

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