Calcio e giovani, Prandelli attacca: "Il problema sono i genitori: li assillano"

Il problema dei settori giovanili del calcio? Fin da piccoli "non sono i bambini o i ragazzi, sono le famiglie": ci è voluto il ct della Nazionale Cesare Prandelli a mettere il dito nella piaga su una delle maggiori urgenze educative nel calcio

Il problema dei settori giovanili del calcio? Fin da piccoli “non sono i bambini o i ragazzi, sono le famiglie”: ci è voluto il ct della Nazionale Cesare Prandelli a mettere il dito nella piaga su una delle maggiori urgenze educative nel calcio. Prandelli va indietro con la memoria quando iniziò ad allenare i giovani dell'Atalanta: “I genitori hanno aspettative enormi sui ragazzi, li assillano, mentre loro devono poter sbagliare. Invece accade a volte che questi prima di fare un tiro diano un'occhiata al padre,in cerca di approvazione. Non è possibile, devono poter crescere, i ragazzi”.

Il tema è stato sviscerato nel corso del convegno “Un viaggio nel calcio – Dal settore giovanile al sogno azzurro”, organizzato giovedì pomeriggio al Technogym Village di Cesena. Ospite d'onore il ct della nazionale Cesare Prandelli e i massimi vertici della Serie B e del Cesena Calcio, oltre che del padrone di casa, Nerio Alessandri, presidente della Technogym. Non sono mancati momenti di ilarità: “Quando nel 1990 il presidente dell'Atalanta mi diede in mano il settore giovanile mi disse 'Probabilmente non tirerai fuori campioni, ma almeno formerai ragazzi educati'. E' una frase che mi lasciò male inizialmente, ma che poi mi formò”.

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Allenare i settori giovanili, per Prandelli, “è una missione”. “Non ci deve essere interesse personale, devi salvaguardare le persone”. Dal punto di vista tecnico poco cambia: “Non ho mai cambiato metodologia di lavoro, cambio invece l'intensità”. E, appunto, il problema delle famiglie: “All'Atalanta avevo dentro una serenità meravigliosa. Il problema non era allenare i bambini: loro sanno che si vince o si perde, lo vedono se uno è più bravo di te. Il problema erano i genitori: dopo qualche mese li convocai e dissi loro che non volevo avere a che fare con loro, se il ragazzo aveva bisogno il mio numero ce l'aveva, che chiamassero direttamente lui”. La sua memoria va indietro anche “ad un giocatore, che a 14 anni fu preso dalla Juventus, molto bravo. Dopo tre anni, però, si rifiutò di giocare. E il problema erano appunto le pressioni e le aspettative dei genitori”.

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