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La Spagnola a Cesena e il Covid: similitudini e differenze tra due pandemie

L'andamento a Cesena ricalcava quello nazionale, il periodo più nero fu il mese di ottobre, con 2.618 casi denunciati, corrispondenti al 38% della popolazione

Covid 19 e influenza spagnola, vengono spesso paragonate. Ma davvero sono così simili e in cosa differiscono invece? Intanto ne “L'epidemia di influenza spagnola a Cesena”, di Giancarlo Cerasoli, da “Le vite dei cesenati” vol. 9, si può comprendere l'entità dell'epidemia di inizio '900 sul nostro territorio.  

In Romagna quello che segnò l'arrivo dell'influenza spagnola fu l'aumento del tasso di mortalità, a Cesena, Forlì e Ravenna: negli otto anni precedenti oscillò tra il 15 e il 20 per mille abitanti, salendo poi al 26 per mille con l'arrivo di questa influenza. In particolare a Forlì e Cesena il tasso subì un'impennata di 10-11 punti, rispetto al triennio 1911-1913. 

Nel 1918, a Cesena, “la percentuale dei morti rispetto al totale dei residenti, subì un incremento quasi doppio rispetto all'anno precedente, passando dal 14 al 26 per mille”, si legge.  Nel solo comune furono denunciati, tra settembre 1918 e aprile 1919, 6.933 casi di influenza spagnola, corrispondenti al 14% dei residenti. L'andamento a Cesena ricalcava quello nazionale, il periodo più nero fu il mese di ottobre, con 2.618 casi denunciati, corrispondenti al 38%. Pian piano la diffusione dei focolai aumentò anche nelle zone del circondario cesenate maggiormente popolate, come Pievesestina, Bulgaria, Ruffio, Borello, Martorano, Formignano. Tra la terza settimana di ottobre e la prima di novembre si ebbe il picco di letalità raggiungendo i 24 decessi al giorno. 

Alcuni storici hanno cercato di fare un confronto tra l'epidemia di Spagnola e quella di Covid 19. “Ciò che emerge – spiega Cerasoli, pediatra cesenate, oltre che autore del volume - è che si tratta in realtà di una comparazione impossibile, perché ogni malattia infettiva è diversa dalle altre, poiché sono inevitabilmente differenti l’agente patogeno, le condizioni immunitarie e lo stato di salute complessivo della popolazione, il grado di conoscenze e risorse della medicina, la situazione dell’economia e dei trasporti e molte altre condizioni che incidono sulla diffusione e la letalità del patogeno. Inoltre, nel caso della Covid19, siamo ancora nel pieno della pandemia e non è possibile in alcun modo prevederne l’evoluzione e quindi stabilirne la diffusione, la letalità, le fasce d’età più colpite”.

Pur non appartenendo alla stessa specie biologica, di certo questo nuovo virus ha molte affinità con quello circolante nel 1918-1919, chiarisce Cerasoli: “ne condivide la derivazione da un salto di specie da animale a uomo, le modalità di contagio, la rapida diffusione e i meccanismi di danno multiorgano ma, fortunatamente, per quello che si è potuto costatare fino ad ora, se ne differenzia per la più limitata letalità e per il fatto che sembra colpire con maggior forza gli anziani portatori di comorbidità e non i giovani, com’era centodue anni fa. Le similitudini tra le due pandemie riguardano in realtà più le reazioni sociali e culturali della popolazione, come hanno avuto modo di sottolineare gli antropologi, soprattutto i danni psicologici dell’isolamento, il terrore del contagio, la paura della morte nella più completa solitudine e l’impossibilità di celebrare i funerali”.

“Nei primi mesi del 2020, in mancanza di un vaccino e di farmaci efficaci, come al tempo della “Peste Nera” del 1347, non ci è rimasto altro che affidarci alle misure di chiusura delle frontiere, distanziamento sociale e di igiene personale, con la speranza che anche questo flagello si spegnesse spontaneamente, per progressiva attenuazione, nel più breve tempo possibile. Oggi però disponiamo di armi più efficaci rispetto a 100 anni fa e ai primi mesi del 2020, sia per la diagnosi (i tamponi, gli esami sierologici e salivari, etc.) che per la prevenzione (i vaccini) e la terapia (antivirali, anticorpi monoclonali, etc.) e ci si aspetta che soprattutto la vaccinazione di massa contribuisca a fermare l’avanzata del SARS COV2”, conclude.
 

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