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A Carnevale non possono mancare le 'frappe': la ricetta ed i segreti

Occorre tirare sottile la sfoglia e friggere in olio (o altro grasso come da tradizione artusiana) ben caldo per delle frappe a prova di morso

Siamo già in tema carnevalesco e, oltre alle maschere, il bello del Carnevale sta nei dolci tipici che ogni Regione offre con diverse varianti. In Romagna uno dei dolci più golosi che si trova sulle tavole in questo periodo sono le frappe. Spostandosi il nome cambia, sfrappole, chiacchiere, intrigoni o anche cenci.

Quest'ultimo il nome, tipicamente toscano, che si trova nel libro "La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene" di Pellegrino Artusi.

Il grande gastronomo forlimpopolese non ha dimenticato le tradizioni del Carnevale, inserendo come ricetta numero 595 proprio quella dei cenci, meglio conosciuti appunto come frappe. Dolci estremamente croccanti e dalle forme bizzarre, ovviamente fritti come tutte le golosità tipiche del periodo. Occorre tirare sottile la sfoglia e friggere in olio (o altro grasso come da tradizione artusiana) ben caldo per delle frappe a prova di morso.

Ecco la ricetta 'infallibile' di Artusi:

Farina, grammi 240
Burro, grammi 20
Zucchero in polvere, grammi 20
Uova, N. 2
Acquavite, cucchiaiate N. 1
Un pizzico di sale

Fate con questi ingredienti una pasta piuttosto soda, lavoratela moltissimo con le mani e lasciatela un poco in riposo, infarinata e involtata in un canovaccio. Se vi riuscisse tenera in modo tale da non poterla lavorare, aggiungete altra farina. Tiratene una sfoglia della grossezza di uno scudo e, col coltello o colla rotellina a smerli, tagliatela a striscie lunghe un palmo circa e larghe due o tre dita. Praticate in codeste striscie qualche incisione per ripiegarle o intrecciarle o accartocciarle onde vadano in padella (ove l’unto, olio o lardo, deve galleggiare) con forme bizzarre. Spolverizzatele con zucchero a velo quando non saranno più bollenti. Basta questa dose per farne un gran piatto. Se il pane lasciato in riposo avesse fatta la crosticina, tornatelo a lavorare”.


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