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Riforma costituzionale, il Pri prende posizione per il "no"

"Non sarà più, infatti, il leader al Governo a ricevere la fiducia dagli eletti alla Camera, ma saranno gli eletti - dal leader accuratamente selezionati prima del voto - a garantirgli preventivamente lealtà"

“Storicamente i Repubblicani hanno offerto un lodevole contributo alla stesura della Carta Costituzionale. La stessa forma di governo ‘repubblicana’ è nel DNA del partito. Il PRI ha sempre difeso i diritti delle minoranze ed ha sempre abbracciato il più ampio pluralismo politico”, ma nonostante questo di fronte alla prossima riforma costituzionale i repubblicani fanno sentire il proprio 'no'.

Lo scrive la Federazione Regionale dell'Emilia-Romagna del Pri e lo fa sapere il segretario politico
Luca Ferrini: “Ciò che fa sospettare di eccessivo leaderismo la riforma approvata dal Parlamento è soprattutto l’«esplosiva miscela» creata dalla maligna congiunzione di un sistema elettorale maggioritario ed un nuova forma di governo sostanzialmente monocamerale. Il cosiddetto «Italicum» garantisce, infatti, al partito – nemmeno alla coalizione, proprio al partito politico – di maggioranza relativa, il 60% dei seggi. Si aggiunga che la selezione degli eletti alla Camera dei Deputati avverrà, in larga parte, attraverso le Segreterie dei partiti: non v’è chi non scorga come la deriva leaderistica, già in essere, possa ulteriormente sterzare verso un’oligarchia politica, quale che ne sia il colore”.

“I capi delle formazioni politiche decideranno i rappresentanti in Parlamento, con l’evidente effetto di invertire il corretto rapporto di fiducia: non sarà più, infatti, il leader al Governo a ricevere la fiducia dagli eletti alla Camera, ma saranno gli eletti – dal leader accuratamente selezionati prima del voto – a garantirgli preventivamente lealtà e fiducia incondizionate. Un pericolo, questo, di «dittatura democratica» che i Repubblicani non possono non evidenziare, ricordando il timore di Alexis de Tocqueville di una democrazia che si trasformi in una «tirannide di una maggioranza su una minoranza». Se si voleva abolire il Senato della Repubblica lo si sarebbe dovuto fare in maniera coraggiosa e netta. Invece, i «nuovi» senatori, così cervelloticamente selezionati (e con un’investitura popolare solo di secondo grado), acquisirebbero «sulla via di Roma» addirittura il beneficio dell’immunità parlamentare, rimasto intatto per tutti i componenti del Parlamento”.

“Si dirà, tuttavia: vi sono nella riforma renziana, accanto alle criticità, anche novità apprezzabili. Come l’abolizione definitiva delle Province. Novità da salutare con interesse. Ma che non bastano certo a superare le disarmonie e le forzature istituzionali. La legge costituzionale, per sua natura, deve essere chiara e semplice. Siamo, invece, di fronte, sul piano tecnico-giuridico, in molteplici passaggi del nuovo testo, ad un «semi-lavorato» costituzionale. In definitiva, le ragioni del ‘NO’ appaiono enormemente più forti di quelle del SI’. E questo a prescindere da convenienze politiche o di bottega elettorale. Quando si affronta la materia costituzionale, la materia più delicata di tutte, perché attinente alle regole supreme della convivenza civile e politica di un popolo, non vi possono essere ricatti legati al rispetto di alleanze locali o nazionali”.

“La riforma costituzionale è cosa talmente seria che non può bastare una simpatia o un’antipatia nei confronti di un leader politico a determinare una scelta. La stessa pervicace volontà dell’attuale Presidente del Consiglio di mettere sul tavolo la propria sorte politica, costringendo il popolo italiano ad voto di «fiducia», quasi ad un’elezione diretta del Capo del Governo, contestualmente all’espressione di un giudizio sulle nuove regole istituzionali destinate a valere per tutti (quindi anche per chi non approva l’operato del premier) e a valere per un futuro anche lontano, è una forzatura inaccettabile. Infine, anche i risultati delle ultime tornate amministrative dovrebbero aprire gli occhi agli increduli. Un 30% (o meno) dei voti potrebbe bastare, infatti – ad un partito, nemmeno ad una coalizione - per conquistare una maggioranza di quasi i due terzi (il 60%) all’unica Camera con voce in capitolo sulla formazione del Governo ed, in larga parte, delle leggi, dopo il voto al secondo turno”.

“Ciò rappresenta uno strappo democratico. Non parliamo di un Comune, pur grande che sia, parliamo del Governo della Repubblica! Solo la famigerata legge «Acerbo», voluta da Mussolini - e che gli consentì un ventennio di permanenza a Palazzo Venezia - prevedeva una cosa simile. I Repubblicani sono da sempre custodi delle Istituzioni democratiche, tutori della laicità e delle minoranze, del pluralismo delle voci, di una Costituzione fatta di controlli e bilanciamenti tra gli organi supremi della Repubblica, e di un regionalismo forte e responsabile. I Repubblicani non possono approvare questa riforma”.

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