"Il lavoro prima di essere un diritto è un dovere"

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di CesenaToday

"Il lavoro prima di essere un diritto è un dovere. Mi rendo conto della provocazione e della eventuale strumentalizzazione che una simile affermazione può generare in un giorno, come quello del 1° Maggio, dove nelle piazze si respira l’aria dei diritti conseguiti e da conseguire e dove si parla più di aspettative che di impegnative. Ma purtroppo talvolta bisogna capovolgere la situazione invertendo il nostro modo di vedere le cose e soprattutto smetterla di fare i politicamente “corrotti”  perché influenzati dall’andamento dei sondaggi.

Ciò diventa necessario soprattutto in un momento in cui la politica continua a parlare di redditi che dovrebbero piovere inaspettatamente dal cielo. Reddito di cittadinanza, di inclusione, di solidarietà. Sono solo alcuni esempi di future e attuali provvidenze che dovrebbero maturare non tanto sul lavoro ma quanto sulle carte. Ecco, non dimentichiamo che quei redditi, comunque si vogliano chiamare, sono generati dal lavoro, quello vero, svolto ovviamente da altri. Forse per ricordare ciò bisognerebbe mettere in ogni assegno elargito, il nome e cognome di quel lavoratore che ha dedicato parte della sua fatica alla generosità. Sarebbe un modo per rinvigorire e diffondere quella cultura del lavoro, ahimè oggi perduta, fatta di sacrificio ma anche di grande nobilitazione di se stessi e degli altri.

Quando cadde il muro di Berlino, Vàclav Havel disse che il comunismo aveva perso, ma il capitalismo non aveva vinto; perché il comunismo sa distribuire la ricchezza ma non la sa produrre, mentre il capitalismo sa produrre la ricchezza ma non la sa distribuire. Ma attenzione, anche nella distribuzione della ricchezza il buon senso deve prevalere perché altrimenti il sistema implode e il deterioramento valoriale dilaga impietosamente e il bene che si distribuisce fa male. Il Prof. De Masi, oggi ispiratore di alcuni movimenti politici, ha intitolato una sua recente fatica letteraria con uno slogan accattivante “Lavorare gratis, lavorare tutti”. Tutti si, caro Professore, ma non gratis, perché altrimenti non lavorerebbe nessuno! Forse sta qui la semplicità del meccanismo “lavoro”, che vive dell’alternanza del dare e avere, del dovere e del diritto a cui stiamo contrapponendo invece l’immobilismo fertilizzato da prebende idealizzate di qualche simpatico sociologo".

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