Hera, Bologna non vende le azioni. I sindaci romagnoli: "Non può condizionare la Regione"

Così i sindaci romagnoli: "Bologna non può pensare di condizionare le scelte della Regione per sistemare i suoi conti. Né tantomeno che il dibattito politico interno bolognese possa ripercuotersi, ed è già accaduto in passato, sulle politiche dell'intera regione"

Il Comune di Bologna non vende le proprie azioni di Hera: con una quota di poco inferiore al 10% rimane il socio piu' forte della multiutility. Con una inattesa retromarcia, rinuncia alle entrate che sarebbero derivate dall'immissione sul mercato delle 'quote libere', derivanti cioe' dal fatto che i soci pubblici scenderanno sotto quota 51% mantenendo comunque il controllo. "Non si tratta di un atto demagogico - ha detto il sindaco Virginio Merola - perche' siamo stati in grado di cercarci altri soldi per gli investimenti".

Una decisione che ha "stupito" i sindaci di Cesena Paolo Lucchi, di Forlì Davide Drei, di Ravenna Fabrizio Matteucci e di Rimini, Andrea Gnassi. "Non intendiamo entrare nel merito di questa libera decisione di ogni singola amministrazione, anche se non possiamo fare a meno di ricordare come proprio l’amministrazione bolognese avesse sostenuto, con determinazione, la tesi opposta negli ultimi mesi del 2014 - scrivono in una nota congiunta i primi cittadini dei capoluoghi romagnoli -. Al di là di questo, che comunque non è un dettaglio, la nostra attenzione si concentra soprattutto sulle dichiarazioni con le quali il sindaco Merola ha spiegato le ragioni di questo improvviso ripensamento. In particolare, stando ai resoconti di stampa, ‘l’inversione ad U’ sarebbe dovuta al’idea di sostituire le risorse provenienti dalla vendita delle azioni di Hera con la prospettiva di ottenere una quota importante nella ripartizione dei fondi europei in capo alla Regione. Ciò in aggiunta ai fondi destinati alla Città Metropolitana e la quotazione in borsa dell’aeroporto".

"Ma è la prima ipotesi che ci sconcerta e ci preoccupa - continuano Lucchi, Drei, Matteucci e Gnassi -. A quel che ci risulta, infatti, nulla è stato ancora deciso sull’erogazione del danaro assegnato da Bruxelles e quella di Merola pare una vera e propria ‘fuga in avanti’, davvero fuori luogo. Bologna non può pensare di condizionare le scelte della Regione per sistemare i suoi conti. Né tantomeno che il dibattito politico interno bolognese possa ripercuotersi, ed è già accaduto in passato, sulle politiche dell’intera regione. Per quanto ci riguarda, noi ci impegneremo strenuamente per difendere i diritti delle nostre città e dei nostri cittadini, in un’ottica di equità ed equilibrio territoriale. Non possiamo accettare che il ‘policentrismo’ regionale venga sostituito da un ‘bolognacentrismo’, inefficace nei fatti sia come strumento di sviluppo del sistema Emilia Romagna sia per Bologna stessa".

"I programmi operativi, d’altra parte, che si attiveranno con i fondi strutturali europei attuano una strategia condivisa a livello regionale che si fonda sulla logica di elevare attrattività e competitività din tutta l’Emilia Romangna, investendo su reti e sistemi - proseguono gli amministratori -. La Romagna ha dimostrato nei fatti come l’alternativa realistica e concreta a improduttive logiche di accentramento possa essere rappresentata da politiche di area vasta per la gestione dei servizi primari e sull’infrastrutturazione strategica che valorizzino a ‘mettano a disposizione’ di tutte le comunità in regione le eccellenze e le potenzialità dei territori. In questo senso l’esperienza innovativa della Romagna è oggi quella più concreta che innerva la sostanza dell’impianto programmatico del nuovo governo regionale".

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