Crack Sapro, Di Placido (ld): "Politica incapace di gestire le sfide"

"Appare chiaro come la nostra politica locale, soprattutto nelle responsabilità di governo, non sia stata spesso in grado di gestire le grandi sfide, ma solo di rincorrerne le criticità"

"Abbiamo piena fiducia - scrive Luigi di Placido dei Liberaldemocratici - nell'operato della magistratura, e riconosciamo a tutte le persone coinvolte nell'indagine la presunzione di innocenza fino alla conclusione dei processi, ma occorre massima onestà nel chiedersi perché ci sia una società orfana di padre e di madre, di nome Sapro, che ha coinvolto tutti i principali attori del territorio ma che nessuno intende riconoscere, soprattutto da quando è oggetto di indagini giudiziarie".

"A meno che non si voglia pensare, con un ragionamento di comodo, che tutta la vicenda si risolva nei possibili comportamenti illeciti di qualche mela marcia, Sapro sta come un ingombrantissimo moloch a certificare il fallimento di un sistema territoriale, del quale la politica si era fatta interprete e portavoce, ma che includeva tutti gli altri soggetti  istituzionalmente connessi a crescita e sviluppo. Nessuno ci fa una bella figura in questa vicenda, e sarà veramente difficile per tutti poter dire "non sapevo", ma è sempre e comunque stata la politica a reggere le fila, con nomine mirate negli organi amministrativi e di controllo, e indicazioni strategiche".

"Se i vari cda di Sapro hanno realizzato le volontà politiche loro trasmesse, la politica ha fallito; se i vari cda di Sapro hanno sbagliato in autonomia, e nessuno se ne è accorto, la politica ha doppiamente fallito. Già nel 2008 avevamo segnalato le criticità peraltro evidenti, dal punto di vista finanziario e di identità: era chiaro l'avvitamento di Sapro, costretta dagli enti soci ad operazioni spesso illogiche e rischiose, e dagli stessi sempre più intesa come contenitore di "debiti fuori bilancio" al quale assegnare funzioni di governo del territorio assolutamente improprie; chiunque ometta questo passaggio non fa un buon servizio alla verità dei fatti, anche se ammetterne la veridicità corrisponde ad ammettere leggerezza e superficialità".

"Non vorremmo che qualcuno dimenticasse le divergenze strategiche che colpirono Sapro, vista da alcuni come una società immobiliare e da altri come una società di servizi, in una parabola che l'ha portata da azienda di urbanizzazione industriale (comprare aree, urbanizzarle e rimetterle sul mercato a prezzi più bassi di quelli di mercato) ad un’azienda a cui sono stati affidati nel tempo interventi più "pubblici", con investimenti pesanti e tempi di ritorno più lunghi, come la scelta di urbanizzare aree industriali nelle vallate pur in assenza di una vera e propria domanda o acquisire aree a vocazione non produttiva".

"Gli enti soci, se da una parte reclamavano nei confronti dei CdA una maggiore snellezza nella gestione e un maggiore impegno nello svincolare i terreni di proprietà, dall’altra (e ce ne sono prove lampanti), chiedevano continuamente con insistenza che nuovi territori e nuove lottizzazioni venissero inseriti all’interno del "portafoglio", creando quello che è stato, a nostro modo di vedere, uno dei problemi fondamentali, e cioè che Sapro è piano piano uscita da quella che era la sua mission iniziale, dovendo prendere in considerazione anche vocazioni che non erano prettamente industriali per rispondere alle pressanti richieste degli enti soci".

"Se a Sapro aggiungiamo le vicende Acer, Seaf, sanità, riordino istituzionale, appare chiaro come la nostra politica locale, soprattutto nelle responsabilità di governo, non sia stata spesso in grado di gestire le grandi sfide, ma solo di rincorrerne le criticità. È di questo modo di intendere la semplice gestione dell'esistente con approcci di piccolo cabotaggio che bisogna dichiarare il fallimento, richiamando ognuno alle proprie responsabilità".

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"Di solito, in queste occasioni, si reclamano a gran voce dimissioni, istituto peraltro poco apprezzato nel nostro Paese. Anche in questo caso vanno chieste dimissioni: dimissioni di questo modo debole di intendere la politica e di coloro che se ne vogliano fare interpreti passivi, incapaci di autocritica e della giusta tensione etica e programmatica".

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