"Non se ne vanno docili in quella buona notte", prima assoluta al Bonci

I prossimi venerdì e sabato, 11 e 12 maggio, alle ore 21.00 il Teatro Bonci ospita una prima assoluta con: "NON SE NE VADANO DOCILI IN QUELLA BUONA NOTTE - Requiem in due movimenti: Introito e Parlamento"

“Non se ne vadano docili in quella buona notte”, nuova produzione di Teatro Valdoca, è un dittico composto da un introito e da un Parlamento, ambientati tra platea e palcoscenico del Teatro A. Bonci. Regia, scena e luci sono di Cesare Ronconi, il testo di Mariangela Gualtieri.

L’Introito, realizzato dal percussionista Enrico Malatesta in collaborazione con Attila Faravelli, entrambi in scena, ha un carattere performativo, ed è un passaggio che tacita e dispone poi ad un più attento ascolto. Pone il pubblico in una immersione acustica densa di suoni arcaici e di ombre, cioè di chi è ad un passo dall’altrove da cui veniamo, dall’altrove verso cui andiamo.

Il Parlamento è scritto e agito da Mariangela Gualtieri - la accompagna il violoncellista Stefano Aiolli - e si sviluppa sulla suggestione di musiche di Silvia Colasanti, in contrappunto al Requiem della tradizione. Sono versi rivolti a piccole e grandi ombre, versi che scalciano e stringono il motto – tratto da Dylan Thomas - che dà titolo a questa serata: “non se ne vadano docili in quella buona notte”. Il testo, nato per le vittime del più recente terremoto, tenta la pietà, l’ardore e la dolcezza di cui il rito di musica e poesia è capace.

Lo spettacolo nasce per Disgelo dei nomi, progetto per il Teatro Bonci che le compagnie cesenati Societas e Teatro Valdoca, insieme con ERT, dedicano alla città.

Scrive Mariangela Gualtieri: «La parola, i versi, muovono da un lato dalla solitudine in cui ci troviamo ora, sotto un cielo che pare più muto di un tempo, senza Dei e senza un credo, con la pena, lo sgomento di questo sentirsi soli nel cosmo, su questa pallina vagante. I versi portano anche un sentimento di nostalgia, la speranza che la morte non sia così disperatamente esclamativa e tragicamente finalistica, ma una fessura verso altro che non sappiamo, altro che ci trascende. E in questo campeggia un enorme “forse”. Forse è così.»
 

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