"Il giorno di un Dio", al Bonci indagine storica su Martin Lutero

Martedì 13 e mercoledì 14 febbraio (ore 21) Cesare Lievi si confronta con Martin Lutero e la sua vicenda umana, storica e religiosa. Il regista porta sul palcoscenico del Teatro Bonci di Cesena Il giorno di un dio, una coproduzione Stadttheater Klagenfurt (Austria), Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro di Roma. Lo spettacolo, già in scena il mese scorso al Teatro Argentina di Roma e in arrivo dalle tappe di Bologna e Modena, vuole riflettere sulle conseguenze della “riforma” e su temi attualissimi come teologia e libertà, fede e fanatismo, autorità e coscienza.

Non si saprà mai se il 31 ottobre 1517 Lutero conficcò veramente sulla porta della Chiesa del Castello di Wittenberg le sue 95 tesi contro la pratica delle indulgenze: resta il fatto che quel giorno l’allora poco più che trentenne Martin Luther stava cambiando non solo la sua ma la vita di tutti noi. Ma oggi cosa rimane nella nostra vita quotidiana, pubblica o privata, di un evento storico che segnò così profondamente l’Europa? In che modo questi testi hanno tracciato il nostro modo di pensare e vivere l’esistenza? Qualcosa di vago, d’indistinto che pur agisce con forza e determinazione segrete, inconsapevoli, indipendentemente dal fatto che si sia atei, cattolici, riformati o semplicemente nulla? Regista colto e raffinato, Cesare Lievi si e ci pone queste domande ne Il giorno di un Dio: il lavoro, di cui è anche autore, si sviluppa su dodici frammenti che si rapportano, giocano e interagiscono tra di loro alla ricerca di una illuminazione che a sua volta alimenta e rimanda ad altre domande, ad altri dubbi. Dodici frammenti scenici. Dodici tentativi per un lavoro teatrale su Martin Lutero, dove il discorso sulla rappresentazione si affianca a quello sulla perdita della memoria storica: «il teatro risveglia ricordi, anche quelli morti, e noi l’abbiamo fatto con Lutero. Ricordi morti. Per l’appunto, non c’è peggior cosa d’un ricordo morto. Dice un personaggio del nostro spettacolo. E penso abbia ragione. Un ricordo che non parla è qualcosa di mostruoso: sta lì, di fronte a noi, ma non lo capiamo, non riusciamo a decifrarlo. Eppure agisce, ci turba, ci crea angoscia, perché in fondo se è lì come ricordo, la sua morte non può che essere apparente».

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