"Identità", mostra di pittura di Massimo Rovereti

Cancellature, sovrapposizioni, appunti sparsi, geometrie improbabili, enigmatiche grafie, architetture appena abbozzate, sbavature, colature di colore, lacerti, macchie, scarabocchi, abrasioni e ancora ripensamenti, graffi e spacchi.

Privilegiare anomalie invece di finiture perfette è la costante dell’ultimo lavoro di Massimo Rovereti. Pur mantenendo salda la memoria e quel filo rosso che lega tutte le fasi del suo percorso creativo (da Reperti a Caos apparente fino a De/costruzione-caos-memoria-indagine-imperfezione del 2017), l’artista individua nuovi orizzonti ancorando l’opera in modo forte e consapevole a problematiche di cogente attualità, ma anche ad un mondo epico e fantastico abitato da eroi e da figure mitiche. Ossimori propri del fare artistico capaci di coniugare estremi opposti. Cortocircuiti in grado di colpire meandri dell’animo umano altrimenti inaccessibili.

Nelle rovine e nelle imperfezioni Rovereti rintraccia possibili scenari per nuove e interessanti ipotesi di ricerca e lavoro. Fuori dai contemporanei meccanismi mercantili pone il suo campo d’indagine. Sembra intravedere un modo migliore di vivere nel quale i disvalori imperanti dell’oggi perdono consistenza mentre quello che non ha ora valore ne acquista attraverso l’utilizzo di ciò che sembra inutile. L’abbandono ha livellato i destini per dirla con Carmen Pellegrino di Cade la terra.

Quasi dei monocromi, nei quali dalle lacerazioni emerge pigmento, divengono metafora di un arido presente in cui la mancanza di Dio è colmata da un agire umano che brutalizza e annichilisce. Il colore è sepolto sotto una coltre coprente e si manifesta solo a fatica attraverso strappi, rotture, crepe. Mute bocche, nell’assordante rumore del silenzio di valori, urlano cercando di ristabilire un legame con un mondo e con una cultura antica nei quali l’uomo, meno assistito da artificiosi dispositivi, aveva un contatto diretto con i suoi simili e con le cose della terra.

Ricordi, stratificazioni, sedimentazione e condensazione.

Rovereti sembra avere la necessità di trasmettere e assicurare alle generazioni future la conoscenza di quel sapere artistico connaturato al suo vissuto. Rintraccia le radici nella Storia, nel fare umanistico e nel Rinascimento italiano. L’artista, dall’inesorabile trascorrere del tempo, ossessivamente evidenziato dall’azzurra clessidra ripetutamente proposta, sembra temere ulteriori perdite. Come materiali remoti, da tutelare e conservare, innumerevoli riferimenti culturali di epoche e stili diversi affiorano dalle superfici dipinte. Modi dissimili di agire sul piano pittorico si affollano per esplicitare numerosissime urgenze.

Dalle antiche memorie leonardesche dei codici, degli appunti e degli studi alle contemporanee cancellature di Emilio Isgrò. Dal Picasso cubista con la moltiplicazione dei punti di vista ai padri dell’informale (Jean Fautrier, Jean Dubuffet, Antoni Tàpies) con quell’agire che diviene esso stesso processo creativo intrinseco all’opera. La pratica di deformare le figure di Francis Bacon. I décollage di Mimmo Rotella o le sbavature di Gerhard Richter. E poi l’Amalassunta e lo sguardo benevolo della Luna di Osvaldo Licini e il graffitista d’oltre oceano Jean-Michel Basquiat. I tagli di Lucio Fontana. La combinazione di linguaggi diversi e la complessità comunicativa dei soggetti di Schifano, Angeli o Festa. E innumerevoli altri riferimenti ancora.

Nella copertina del catalogo riecheggia un frastuono lontano. È lo scontro/incontro del dualismo fra ragione e sentimento, fra l’elaborazione mentale e la pura corporeità. Binomio inscindibile dell’essere umano, equilibrio instabile che va continuamente corretto per mantenere la difficile condizione di essere Uomini. Antiche memorie sovvengono alla mente. Auguste Rodin attingendo dal Pensieroso di Michelangelo modella Il Pensatore. Immagine eroica, simbolo dell’uomo che medita su interrogativi di carattere esistenziale propri della sola specie umana. Oggi si intravede una magnifica storia fatta di memoria, riferimenti culturali e piccoli passi.

Disorientati umanoidi, mutilati e pesti, reduci da guerre mai vinte, relegati ai margini da una tecnica sempre più ipertrofica e strabordante manifestano senso di inadeguatezza. Sono specchio di un tempo in cui il pensiero lascia il posto a pirateschi arrembaggi per accaparrarsi lo scranno migliore, qualche centimetro di spazio o di potere nella più totale non curanza dell’altro. È la storia dell’uomo senza ricordi che spesso reitera vicende accadute. È la storia di IDENTITÀ soggette allo stesso destino. È la storia di IDENTITÀ mancate o spesso violate

(la serie delle Figure, Autoritratto, Comunicazione verbale, Fronte e retro, Grande cardinale, L’albero della vita, Una lettera per te, Urlo liberatorio, Urlo lungo, Violoncellista).

Cercare di colmare i vuoti attraverso nuove/antichissime pratiche sembra essere un bisogno primario dell’artista che interpreta fatti ed eventi anche attraverso il filtro della pura fantasia. Parlare agli occhi innocenti dei fanciulli, raccontare la realtà mediante storie, fiabe e favole, dove il tempo e lo spazio non hanno riferimenti precisi, genera atmosfere universali in grado di svelare aspetti del mondo altrimenti inaccessibili.

Attraverso un fare ironico e a volte beffardo il pittore critica e denuncia vizi, difetti e mancanze di un’umanità sofferente, auspicando comportamenti corretti, bontà e dolcezza (La storia di un coniglio, Lo sguardo di un coniglio, Il sogno di un coniglio, Sognando la balena).

Un immaginario mitico e sconvolgente, alimentato da sensazioni cupe ma anche lievi ed ironiche, affiora nelle tele del pittore insieme a molteplici simbologie scampate alla mondanità. Vivacità del pensiero e solidità dei contenuti fanno da contraltare a quell’arte ingenua e scialba che davanti ad impossibili, ma veri e reali scenari dello sdrucciolevole presente, si volge incurante verso iconologie e pratiche che limitano il pensiero e l’azione.

In opposizione alla rovina morale, culturale ed etica, il pittore adduce antichi rimedi e la sapienza dei classici. Non lo fa con atteggiamento nostalgico, ma epico, non agisce con un fare inconsapevole, ma ben coscio del pensiero dominante e di ciò che oggi sembra inaccettabile. In maniera originale va controcorrente, si oppone a quelle tendenze che vedono nella Storia una minaccia da neutralizzare. Richiama alla mente antichi miti ed eroi: l’animalità e brutalità del Minotauro, le tre grazie, dee del buon vivere che infondono gioia nel cuore degli uomini, Perseo capace di sconfiggere mostri attraverso il coraggio e la ragione.

Egli, rivolgendosi al mondo antico, riafferma il valore del fare umano e osteggia la continua e crescente perdita di quell’aura propria delle opere d’arte.

Interessante ed innovativa risulta l’idea di orientare lo sguardo verso eroi moderni che hanno entusiasmato intere generazioni; si veda ad esempio il toro morente, archetipo di impari lotte fra l’animale e l’uomo, dove il pittore pone la scena in uno spazio saturato dalla sua grafia come per sottolineare che “I manoscritti non bruciano” ricordando una celebre frase di Bulgakov in Il Maestro e Margherita o il grande Tornese, il “Sauro Volante” dalle mille vittorie che proprio a Cesena venne sconfitto da un altro trottatore durante una mitica gara del campionato europeo (Le tre grazie, Minotauro, Perseo, Lettera di un toro morente, Un cavallo di nome Tornese).

La tragedia nasce perché il cielo è divenuto vuoto dopo la caduta degli dei. L’artista consegna un problema allo spettatore ma suggerisce anche delle possibili soluzioni. Il suo lavoro diviene un vero e proprio invito alla resistenza, una Chiamata ad andare oltre la soglia delle consumate convenzioni.

Figure indefinite, mutilate, spesso solo accennate costringono l’osservatore a ricostruire mediante il proprio vissuto la parte mancante. Le opere ci interrogano, ci chiedono interpretazioni, pretendono una partecipazione attiva mediante l’azione di osservare. Sottrarre le informazioni per attivare il pensiero in chi guarda.

L’artista sembra intervenire su ciò che le immagini non dicono per mancanza di finitezza. Con la capacità di uscire dalle secche del troppo contingente mediante colpi di fantasia ci indica percorsi capaci di ampliare la coscienza e uscire dalla mostra un po’ più forti e consapevoli.

Ci dona un elogio alla memoria, sensazioni sospese tra contingente ed epoche lontane, tra leggerezza e ottuse pesantezze, ci offre degli elementi che producono emozioni profonde, delle sorprese stimolanti che se debitamente interpretate agevolano il tragitto verso aspetti etici dell’esistenza.

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