Giovedì, 16 Settembre 2021
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Cesena Comics, un incontro speciale con Mario Lodi: in un fumetto la sua scuola "rivoluzionaria"

Appuntamento in Biblioteca Malatestiana per una formazione divisa in due pomeriggi e rivolta a genitori, insegnanti, educatori o semplici curiosi

Scritta da Diego Di Masi, Alessio Surian e Silvio Boselli, la graphic novel protagonista dei pomeriggi di mercoledì e giovedì ripercorre la vita del pedagogista cremonese. “Mario Lodi. Pratiche di libertà in un paese sbagliato” è il primo libro dedicato ai maestri italiani della nuova collezione della casa editrice Becco Giallo. Appuntamento in Biblioteca Malatestiana per una formazione divisa in due pomeriggi e rivolta a genitori, insegnanti, educatori o semplici curiosi. Dalle ore 17, gli autori raccontano questo speciale fumetto in due incontri aperti al pubblico e gratuiti.

Era il 1948 e Mario Lodi, dopo la guerra e il carcere, andò a fare il maestro nelle scuole elementari di San Giovanni, dove rimase fino al 1956, quando passò a Vho (e vi rimase fino alla pensione, nel ‘78). Lì cominciò la rivoluzione della didattica che porta la sua firma e quella di tanti altri maestri che, come lui, scelsero di creare una scuola diversa da quella autoritaria fascista. “È stato difficilissimo scegliere cosa rappresentare nel libro: il maestro Lodi ha lasciato la scuola nel 1978, ma ha continuato a lavorare per molti anni – racconta Diego Di Masi, che come Surian lavora all’Università di Padova al Dipartimento di filosofia, pedagogia e psicologia applicata -. Abbiamo posto l’accento sul dialogo: il dialogo in classe, tra alunni e maestro, e verso l’esterno: con i genitori, certo, ma anche con i tantissimi maestri con cui Lodi ha sempre lavorato, con i colleghi del Movimento di cooperazione educativa”.

Il dialogo, per esempio, con don Lorenzo Milani, alimentato dallo scambio di lettere tra la scuola di Vho e quella di Barbiana: “Anche se i nostri pensieri erano diversi – pensa sottovoce Mario Lodi nel libro – io e Milani avevamo lo stesso scopo: creare un popolo libero che sapesse ragionare, pensare, essere artefice del proprio destino”. E poi la volontà di rimettere il bambino al centro, di partire dall’esperienza, di ripensare e rinnovare la scuola a partire anche dagli spazi. Il giornalino ‘Il Mondo’, che per Lodi era così importante per far sì che i genitori fossero sempre al corrente di quello che si faceva in classe. “Il maestro Lodi insegnava anche l’impegno civile, la cittadinanza. Lavorava sulla Costituzione per lo sviluppo di un pensiero critico, elemento base per una società democratica”, continua Di Masi. Quando tornò a scuola nel ’48, non la riconobbe come luogo di appartenenza, era una scuola fascista e da lì si rimboccò le maniche: “Decostruì il mito dell’uomo solo al comando, in grado di fare la differenza con le proprie forze. Preferì la strada del confronto. Credo che questo sia un aspetto da recuperare”.

Per ricostruire la vita del maestro, gli autori hanno lavorato a stretto contatto con le figlie, Rossella e Cosetta, la moglie Fiorella e il fratello Sergio, oltre che con le tante persone che hanno avuto modo di confrontarsi con lui, inclusi i collaboratori della Casa delle Arti e del Gioco di Drizzona (nata nel 1989, presieduta da Mario Lodi fino alla sua morte – avvenuta il 2 marzo 2014 –, è “una scuola senza banchi, un laboratorio creativo dove dare corpo a due parole: impegno e collettivo”, spiega il libro). Una ricerca, insomma, portata avanti sul campo: “Per noi è stato molto importante vedere i luoghi dove ha lavorato: lontano dai centri di potere, come hanno fatto don Milani a Barbiana o Danilo Dolci a Partinico. Non può essere una coincidenza: per come la vedo io, queste donne e questi uomini hanno cambiato il paradigma perché hanno scelto di restare ai margini”. Il loro rimanere in periferia, secondo gli autori, ha contribuito anche a costruire il percorso di emancipazione delle classi ai margini del sistema produttivo: “Sono riusciti a far emergere le contraddizioni e a renderle esplicite anche agli occhi di chi era troppo debole e oppresso per vederle, hanno saputo prendere posizione rispetto alle ingiustizie e alle diseguaglianze riprodotte dalla società nella quale hanno vissuto”.

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