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Retribuzioni in Romagna, le differenze tra le tre province: "Bonus 200 euro misura non sufficiente"

"E’ necessario intervenire, ma il salario non è solo paga minima, ma è composto da tanti istituti contrattuali che sono stati introdotti tramite la contrattazione", evidenzia la Cisl

Anche in Romagna le retribuzioni medie "sono basse". "E’ necessario intervenire, ma il salario non è solo paga minima, ma è composto da tanti istituti contrattuali che sono stati introdotti tramite la contrattazione", rimarca Francesco Marinelli, segretario generale della Cisl Romagna. In Italia, secondo i dati Cnel su flussi Uniemens, sono 12.914.115 i lavoratori coperti da contratti collettivi e 729.544 quelli non coperti. Analizzando i dati Istat 2019 relativi alle retribuzioni in Italia, emerge come la paga media oraria sia di 11.75 euro per gli uomini e 10.96 euro per le donne. Ovviamente, all’aumentare della professionalità aumenta anche la retribuzione. In Emilia Romagna la media è più alta rispetto al resto del paese, di 12.35 euro per gli uomini e 11.26 euro per le donne, ma non in Romagna dove la media è di 11.69 euro per gli uomini e 10.93 euro le donne.

In Romagna vi sono differenze sostanziali nelle tre province, come più volte evidenziato dalla Cisl. Infatti i lavoratori della provincia di Ravenna sono coloro che hanno la media retributiva più alta nel territorio romagnolo, 12.10 euro per gli uomini e 11.03 euro per le donne, segue la provincia di Forlì-Cesena 11,83 euro per gli uomini e 11.05 euro per le donne. Si conferma fanalino di coda la provincia di Rimini con 11.15 euro per gli uomini e 10.72 euro per le donne. Le motivazioni di tali differenze sono da ritrovare nei diversi settori produttivi che caratterizzano l’economia di ogni provincia. Infatti mentre nel settore dell’energia la retribuzione media è di 20,30 euro, nell’industria è di 13,02 euro, mentre in edilizia di 11,30 euro all’ora e nelle attività di servizi di alloggio e ristorazione è di 10,20 euro.

“Intervenire sui salari deve essere una priorità - afferma Marinelli - soprattutto ora vista la crescente inflazione. Il bonus dei 200 euro è una misura corretta ma non sufficiente, poiché servono misure più strutturali. Quello che serve è il rinnovo di tutti i contratti collettivi nazionali pubblici e privati, alcuni scaduti da oltre 10 anni, che possano permettere ai lavoratori di ricevere stipendi riallineati all’inflazione, agire sul cuneo contributivo per incrementare il netto delle retribuzioni e contenere gli aumenti delle tariffe. Un salario minimo imposto per legge potrebbe invece fare perdere ai lavoratori alcune tutele negoziali che sono state introdotte nei contratti grazie alla contrattazione. Sappiamo infatti che la retribuzione complessiva del lavoratore non è fatta solo di compenso orario minimo, ma si aggiungono altri istituti contrattuali: tredicesima, quattordicesima in alcuni casi, trattamento di fine rapporto, maggiorazioni, previdenza complementare o sanità integrativa”.

"Inoltre è necessario - sottolinea il segretario cislino - aumentare i controlli nei luoghi di lavoro in modo da contrastare i casi di lavoro illegale e la non applicazione dei contratti collettivi nazionali". Conclude Marinelli: "La direttiva dell’Unione Europea va nella direzione giusta, ma si rivolge a Paesi che hanno un tasso di copertura contrattuale inferiore all’80% e in quelle situazioni si chiede ai Governi di legiferare definendo soglie minime di retribuzione. L’Italia ha una situazione invece molto diversa perché la copertura contrattuale è oltre il 90% e la direttiva indica che in queste situazioni bisogna rafforzare ed estendere la contrattazione".

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