Caporalato, il rapporto della Cgil: "Diffusione preoccupante"

Interessati a questo fenomeno di schiavitù del terzo millennio sono in particolare lavoratori extracomunitari e si stima che in provincia siano oltre trentamila

Foto di Piero Pasini

Va giù pesante Arturo Zani, segretario generale della Flai-Cgil di Cesena, nel denunciare, durante la presentazione nella sede di via Plauto del Quarto Rapporto Agromafie e Caporalato – Osservatorio Placido Rizzotto Flai – Cgil”, il commercio di braccia umane frutto di un caporalato devastante che trova copertura anche in aziende locali che non si fanno scrupoli di ottenere molto lavoro con poca spesa. “Nella nostra provincia - sottolinea il dirigente sindacale - il caporalato ha avuto una diffusione preoccupante e non residuale”.

Il forlivese e il territorio cesenate, stando alle parole di Zani, sembra che stiano facendo scuola in questo genere di criminalità. “Sono dieci anni che qui - dice il sindacalista - abbiamo incrociato il problema occupandoci di sei lavoratrici e un lavoratore dell'est sfruttati da una caporale rumena con uno spessore criminale rilevante. Da allora il quadro non è cambiato, bensì peggiorato perchè si sono affinate le capacità di reclutamento del personale da avviare al lavoro attraverso numerosi canali  nelle terre d'origine oppure con il passa parla tra immigrati regolari o clandestini senza lavoro. Una volta in Italia viene fornito a loro un numero di cellulare del caporale che li incontra in luoghi pubblici per avviarli al lavoro, spesso in comuni e regioni distanti che raggiungono  tramite scassati pulmini o auto".

"Il lavoro, generalmente poco qualificato in particolare nell'agricoltura e nell'allevamento, ma non mancano casi anche in altri tipi di attività, può durare anche  dieci, quindici  ore giornaliere retribuite tra i quattro e cinque euro ogni ora, escluso il viaggio - è stato evidenziato -. Niente diritti, niente malattia, infortuni, maternità e altre forme elementari di assistenza di cui hanno diritto i lavoratori. A volte succede che qualcuno abbia parte della paga in una parvenza di busta legale, ma non è altro che un palliativo per coprire l'utilizzo di manodopera in nero segnando poche giornate. Oltre a questo, in ragione di duecentocinquanta euro mensili, viene dato un posto letto a chi ne ha bisogno in località periferiche come Linaro, Piavola, Bora, Gualdo, Oriola, Ranchio, Borello, San Carlo".

"Chi gestisce tutto il complesso di malaffare sono delle cooperative fittizie create ad hoc che dopo poco tempo spariscono per poi ricomparire registrate con altri nomi, ma con gli stessi titolari che il più delle volte sono prestanome nullatenenti e quindi con niente da perdere - è stato spiegato -. A tutto questo si aggiunge il commercio dei permessi di lavoro legati ai flussi regolamentati per legge. Aziende agricole  senza scrupoli collegate con  commercialisti conniventi, redigono contratti di lavoro per pochi giorni, con questo in mano il lavoratore può avere il permesso a soggiornare in Italia, ma la pratica gli costa seimila euro che verranno divisi, esentasse, tra agricoltore e commercialista".

"Interessati a questo fenomeno di schiavitù del terzo millennio sono in particolare lavoratori extracomunitari e si stima che in provincia siano oltre trentamila - è il dato -. Nei confronti del caporalato è in vigore la legge 199 che tuttavia non sembra spaventare più di tanto anche se forte, per stessa ammissione del sindacato, è l'azione delle forze dell'ordine specie della Guardia di Finanza. Purtroppo le azioni di polizia richiedono tempo, mezzi e uomini e questi spesso non ci sono considerando, inoltre, che gran parte di queste false cooperative hanno sede a Verona e nel Veneto rendendo evidente il sospetto che in queste zone ci sia la regia di tutto questo".

Il sindaco

Ha partecipato al convegno anche il sindaco Paolo Lucchi, che richiama "ad un maggior impegno sul territorio". "È stato brutale sentire Arturo Zani, dirigente CGIL che al tema dedica da anni una grande attenzione, raccontare come sia operativa anche nel nostro territorio un’organizzazione basata sullo sfruttamento, paghe da 4/5 euro all’ora, nessun diritto, turni di lavoro massacranti, anche di 10/15 ore ininterrotte, e spesso per sette giorni su sette, con i lavoratori assoggettati ad un controllo totale da parte dei ‘caporali’, fatto di ricatto e violenza - evidenzia -. Ci tormenta e ci preoccupa che ciò avvenga nella nostra realtà, che questo sistema si sia radicato in una delle terre culla dei diritti, della qualità della vita, dei servizi sanitari e sociali invidiati da tutti. Ma non offerti a tutti, poiché i “caporali” che organizzano questo sistema illegale, vogliono che le donne e gli uomini da loro vessati non esistano. Certo, in questi anni, a partire almeno dal 2012, il fenomeno è in parte venuto alla luce grazie all’impegno di Cgil, Cisl e Uil, con l’attività investigativa attuata dalle forze dell’ordine ed in particolare, lo ha ricordato Zani, con un intervento continuo della Guardia di Finanza. Ed in parte, dopo gli arresti del 2016, si è ridimensionato. Ma quello che è definito “mercato delle braccia”, sta riprendendo vigore, purtroppo. E non possiamo permettercelo, in nessuna parte d’Italia e certamente non qui da noi, in Romagna. La legge sul caporalato introdotta dal precedente Parlamento ha costruito nuovi strumenti di intervento. Ma il rischio che stiamo correndo - con la proposta di reintroduzione dei voucher in agricoltura - è che il caporalato trovi nuovi spazi. La protesta dei sindacati, che in questi giorni stanno manifestando di fronte al Parlamento per ricordarlo, deve diventare anche la nostra - dei Comuni, dei Partiti, del sistema Associativo e Cooperativo serio che da noi, per fortuna, è radicatissimo - di un’intera comunità. Perché sentir parlare di caporalato e sfruttamento nel cesenate, non può che farci ribellare ad una condizione che nessuno deve nascondere e che dobbiamo debellare in fretta".

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