Il grido di Confartigianato: "Cultura che rema contro la piccola impresa"

"Sembra ormai una fatica di Sisifo. Più tentiamo di far percepire ai nostri interlocutori istituzionali e politici la grossolanità e la inesattezza dell'equazione crescita economica uguale a maggiore dimensione di impresa"

"Sembra ormai una fatica di Sisifo. Più tentiamo di far percepire ai nostri interlocutori istituzionali e politici la grossolanità e la inesattezza dell'equazione crescita economica uguale a maggiore dimensione di impresa, si intensificano convegni ed interventi sugli organi di informazione nei quali autorevoli o presunti tali esperti non perdono occasione per attribuire al sistema della piccola impresa i problemi legati alla mancata competitività del paese".

Sono le prime parole della dichiarazione di Stefano Bernacci, segretario di Confartigianato Federimpresa di Cesena, in merito alla crisi che sta colpendo le piccole imprese e non solo.

"Con un'analisi superficiale si teorizzano modelli di sviluppo che non appartengono al nostro paese e si delineano realtà economiche che rispondono più all'aspirazione culturale dei teorici anziché a concrete possibilità di crescita del nostro sistema economico. Si attribuiscono colpe alle piccole imprese perché non crescono senza interrogarsi del perché nel nostro paese mancano grandi imprese capaci di trainare le sfide competitive della nostra economia e sulle motivazioni che portano le medie imprese a preferire la strada del decentramento delle attività all'interno delle filiere e delle reti senza, giustamente, pensare a concentrare le attività innestando processi di crescita dimensionale".

"Si teorizza la fine del modello della piccola imprese - prosegue Bernacci - dimenticando che nel 2011 il 58% dei nuovi posti di lavoro è stato creato dalle imprese con meno di 10 dipendenti a fronte di radicali contrazioni di occupazione nelle imprese di dimensioni maggiori. Oppure non si finanziano le piccole imprese evidenziando i rischi di sofferenza evitando di sottolineare che l'80% dei prestiti erogati alle imprese va al primo 10% di affidatari (imprese di grandi dimensioni) e che sempre in capo a questo 10% ricade circa l'80% delle sofferenze. E non si concedono i diecimila euro alla piccola impresa per la gestione ordinaria d'impresa, le si intima il rientro dal fido, non le si sottoscrive il mutuo".

"Si lasciano gli imprenditori a combattere tutti i giorni con una burocrazia ottusa e persecutoria senza verificare che principi di gradualità e buon senso nell'applicazione della normativa siano alla base dell'attività di controllo. Si legittima il far West sui tempi di pagamento dei lavori effettuati, con la pubblica amministrazione in prima fila a dimostrare che pagare e morire c'è sempre tempo con il risultato che il rispetto dei contratti è diventato una variabile legata all'etica dell'imprenditore e non un dovere regolamentato dalla giustizia civile di un paese".

"Francamente non ne possiamo più di una cultura che non rispetta i sacrifici di milioni di persone che ogni giorno si avventurano in gironi infernali per dare una prospettiva di benessere ai propri familiari e collaboratori. Ogni giorno registriamo episodi che vanificano la speranza di avere un ambiente favorevole allo sviluppo imprenditoriale. Non ci rassegnano, tuttavia, alla deriva di buon senso che sembra attraversare il nostro paese e chiediamo soltanto un po' di rispetto per imprese che nonostante siano penalizzate delle banche, strangolate dallo stato, non considerate dalla cultura economica predominante continuano a trascinare il nostro paese e continuano a dare una speranza economica e sociale alle nostre comunità" conclude il segretario di Confartigianato Federimpresa.

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