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Domenica, 23 Giugno 2024
Economia

Frutta e verdura venduta a 0,99 euro al chilo, l'associazione sbotta: "Così si danneggiano le imprese agricole"

“Promuovere frutta e verdura a un prezzo così basso – commenta Giancarlo Minguzzi - potrebbe sembrare vantaggioso per i consumatori, ma nasconde problematiche profonde che riguardano la sostenibilità economica e sociale del settore agricolo"

"Nella settimana in cui è stato pubblicato il Dl Agricoltura, per recepire una serie di istanze avanzate dal mondo agricolo, una importante catena distributiva promuove la vendita di frutta e verdura a 0,99 euro al pezzo o al kg. La tempistica di questa pubblicità solleva preoccupazioni significative e interrogativi importanti sulle dinamiche del mercato agroalimentare". E' quanto ritiene Giancarlo Mingozzi, presidente di Fruitimprese.

“Promuovere frutta e verdura a un prezzo così basso – commenta Giancarlo Minguzzi, presidente Fruitimprese Emilia Romagna - potrebbe sembrare vantaggioso per i consumatori, ma nasconde problematiche profonde che riguardano la sostenibilità economica e sociale del settore agricolo. Vendere prodotti a prezzi inferiori ai costi di produzione danneggia gravemente le imprese agricole, che si trovano in una posizione di debolezza contrattuale rispetto alle grandi catene di distribuzione. Questa debolezza è amplificata dal fatto che i prodotti agricoli, essendo deperibili, devono essere venduti rapidamente, spesso a qualsiasi prezzo, per ridurre le perdite”.

La questione della debolezza contrattuale dei produttori rispetto ai distributori è cruciale. “I prodotti industriali, che hanno una maggiore durata e possono essere stoccati per periodi più lunghi, non sono soggetti alla stessa pressione di vendita. Questo rende le imprese agricole particolarmente vulnerabili a pratiche commerciali sleali, come quelle che il Dl Agricoltura cerca di contrastare. La nuova normativa intende creare un equilibrio più giusto nel mercato, garantendo che i prezzi di vendita riflettano i costi di produzione e impedendo che i produttori siano costretti a vendere sottocosto”.

La pubblicità della catena distributiva appare quindi in aperto contrasto con l’intento del provvedimento, secondo Minguzzi. “Promozioni sottocosto, come questa, fanno capire che le pratiche sleali sono ancora diffuse. La questione minaccia la sostenibilità economica dei produttori, che sono costretti a competere in un mercato dove i grandi distributori dettano le regole. Le imprese agricole, incapaci di coprire i propri costi, rischiano di essere espulse dal mercato, portando a una maggiore concentrazione del potere economico nelle mani di pochi grandi attori. Questo non solo riduce la varietà e la qualità dei prodotti disponibili ai consumatori, ma mina anche l'economia locale e la resilienza del settore agroalimentare”.

Nel periodo dal 2016 al 2021, nel nostro Paese, circa quattromila aziende agricole, pari al 31%, hanno interrotto la loro attività. Al contempo, la Superficie Agricola Utilizzabile (SAU) ha registrato una diminuzione del 2,5%, mentre le aziende ancora operanti hanno registrato un aumento delle dimensioni. La distribuzione del Valore Aggiunto relativa ai prodotti ortofrutticoli freschi ( cioè l’incremento di valore che si verifica nell’ambito della produzione e distribuzione di beni e servizi finali grazie all’utilizzo dei fattori produttivi) tra i soggetti della filiera dal 2009 al 1° febbraio 2024 evidenzia un trend di guadagno di quota della GDO con +2,2% a fronte di una rilevante perdita di quella dell’Agricoltura con -6,3%.

"La pubblicità della catena in questione evidenzia una realtà in cui, nonostante i tentativi legislativi di proteggere il settore agricolo, le grandi catene di distribuzione continuano a sfruttare la debolezza dei produttori. È essenziale che i consumatori siano consapevoli delle implicazioni di queste promozioni e che le autorità monitorino attentamente il rispetto delle nuove norme. Solo attraverso una combinazione di leggi rigorose, enforcement efficace e consapevolezza diffusa si può sperare di creare un mercato più giusto che possa assicurare un futuro sostenibile per il settore agroalimentare e per le comunità che da esso dipendono”.

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