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"Le vite dei cesenati" arriva all'ottavo volume: tra Carlo Baronio e Antonio Manuzzi

Sarà presentato ufficialmente venerdì 28 novembre, alle ore 17, nell'Aula Magna della Biblioteca Malatestiana, l'ottavo volume della serie "Le vite dei cesenati". Curato da Pier Giovanni Fabbri e Alberto Galgliardo, il volume tratteggia alcune figure di rilievo

Sarà presentato ufficialmente venerdì 28 novembre, alle ore 17, nell’Aula Magna della Biblioteca Malatestiana, l’ottavo volume della serie "Le vite dei cesenati". Curato da Pier Giovanni Fabbri e Alberto Galgliardo, il volume tratteggia, come i precedenti, alcune figure di rilievo della Cesena del passato lontano e recente: fra loro ci sono – solo per citarne alcuni -  il canonico Carlo Baronio, il grande fumettista Rino Albertarelli, Antonio Manuzzi che fu sindaco di Cesena dal 1956 al 1970,  la pediatra e missionaria Silvia Belletti, il classicista Alieto Pieri, Direttore della Scuola Italiana di Atene (1979-1985) e poi di quella di Parigi (1986-1993).

Partito nel 2007, il progetto delle “Vite dei cesenati” si sta sviluppando attraverso una serie di biografie dedicate a cesenati noti, ma anche meno conosciuti, la cui vicenda meriti di essere raccontata. Illustri i precedenti a cui l’iniziativa si ispira, primo fra tutti il Dizionario biografico degli italiani, pubblicato dalla fondazione Treccani, che dal 1960 fino a oggi ha pubblicato una settantina di volumi dei 110 previsti.  

Scrivono nell'introduzione gli autori della pubblicazione: “Quando abbiamo cominciato a “montare” il volume con i testi che ci erano pervenuti dai diversi autori, ci siamo accorti che dei fili conduttori si rendevano visibili pur tra materiali a prima vista eterogenei: innanzitutto la presenza di due artisti visivi (Golfarelli e Albertarelli); quella di due medici (Tedeschi e Belletti) e un saggio di medicina popolare sui poteri medicamentosi del vino; due filantropi cristiani (Baronio e Belletti).
Ma soprattutto a noi sembra che un denominatore comune a quasi tutti saggi qui raccolti sia la presenza o meglio ancora la centralità della scuola, intesa però nel senso più ampio e profondo del termine. Insomma non scuola come l’istituzione che tutti ben conosciamo, ma scuola come luogo di incontro e di scambio di esperienze tra generazioni; non tanto luogo chiuso deputato alla trasmissione di informazioni e all’addestramento di competenze, ma spazio aperto di libertà e ricerca creativa, luogo di formazione di uomini prima ancora che di studenti”.

“Esemplare a questo proposito è la vita di Oreste Vancini raccontata da Pier Paolo Magalotti: non tanto perché della scuola egli attraversò tutti i gradini (dapprima insegnante elementare, poi delle scuole tecniche, quindi del ginnasio, infine direttore di scuole medie), e neanche perché, finché la libera circolazione di uomini e idee glielo permise, affiancò a questa sua attività quella di assessore alla cultura, autore di libri scolastici, e pubblicista. Ma soprattutto perché quando il fascismo vessava gli avversari e conculcava diritti e libertà di tutti, Vancini, sebbene fosse sorvegliato, si prodigò per gli ultimi aprendo una scuola per i ragazzi del paesino dove era sfollato, e rappresentando un punto di riferimento sia per i giovani che entravano in clandestinità non presentandosi alle chiamate della leva repubblichina, sia per quelli che aderivano alla lotta partigiana nella bassa bolognese”.

“Altro uomo di scuola è stato, poi, Alieto Pieri, insegnante di latino e greco a Cosenza, Cesena, Prato e Firenze; preside a Prato, ad Arezzo e a Firenze; vincitore del concorso per Ispettore Scolastico; Direttore della Scuola Italiana di Atene (1979-1985) e poi di quella di Parigi (1986-1993). Di lui Arnaldo Ceccaroni traccia in queste pagine una penetrante biografia intellettuale ricostruita atraverso la sua ampia produzione libraria, buona parte della quale destinata alle scuole o a un pubblico di studiosi; ma soprattutto si sofferma sul romanzo Non parlerò degli dei (Firenze, Le Lettere, 2003) in cui Pieri, equilibrando fantasia e filologia, portò a compimento il lungo amore che egli nutrì per il poeta latino Lucrezio. Anche Carlo Tedeschi (la cui vicenda professionale ci è raccontata da Italo Farnetani) ha ritenuto di non esaurire la sua attività in quella della sola esperienza clinica, ma di estenderla all’insegnamento e alla formazione dei futuri medici (ottenne infatti la libera docenza in Patologia e Igiene Coloniale presso l’Università di Pavia)”.

“Un altro medico di cui parla in queste pagine Rita Moroni Angeli è Silvia Belletti, della quale colpisce, oltre che il profondo afflato filantropico e umanitario, la grande disponibilità al dialogo educativo: con i giovani studenti del liceo scientifico nel corso degli anni Settanta, infatti, ella intessè un fitto e lungo dialogo epistolare, rendendoli partecipi della sua straordinaria esperienza di dedizione al prossimo più svantaggiato. La sua vicenda, anche per la dichiarata matrice evangelica, richiama quella ben più nota del canonico Carlo Baronio, qui rievocata da Piero Altieri: l’attenzione di questo prete per l’infanzia abbandonata lo portò alla fondazione di quell’“Istituto figli del popolo” che operò tra il 1926 e il 1968, data a partire dalla quale l’istituzione si dedica non più alla cura dei fanciulli in condizioni di abbandono e degrado, ma degli anziani le cui famiglie non sono in grado di prestare adeguata assistenza. Anche nella vita di Antonio Manuzzi, rievocata qui con puntualità da Giancarlo Biasini e Africo Morellini, si evidenzia, nel bell’episodio dell’Epifania 1960, una sensibilità avanzata verso i giovani e la scuola, proveniente questa volta da una sponda laica e repubblicana”.

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