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Suicidio del killer, aperta un'inchiesta sulla sua custodia: "Ci aveva già provato"

Il 33enne ha convinto gli inquirenti di essere in possesso di alcune importanti informazioni per risolvere un caso giudiziario, riguardante il recupero di una refurtiva di una rapina

Dicono di non voler puntare il dito contro nessuno, ma chiedono chiarezza e di verificare se tutte le precauzioni necessarie sono state prese nel trasporto all'esterno del detenuto, dal momento che già in cella aveva tentato numerose volte il suicidio. E' la richiesta che è stata messa nero su bianco della famiglia di Luca Lorenzini, il 33enne condannato a 30 anni di carcere per l'omicidio dell'ex fidanzata Stefania Garattoni, suicidatosi mercoledì mattina ad Acquapartita.

Il 33enne ha convinto gli inquirenti di essere in possesso di alcune importanti informazioni per risolvere un caso giudiziario, riguardante il recupero di una refurtiva di una rapina. Per questo era stato accompagnato nel luogo da lui stesso indicato, vale a dire il fatiscente ex sanatorio di Acquapartita, vicino a San Piero in Bagno. Una volta giunto al quinto piano della struttura, Lorenzini avrebbe colpito con un pugno un agente della Polizia Penitenziaria che lo accompagnava, per guadagnarsi i pochi secondi necessari per giungere ad una finestra e lanciarsi nel vuoto. 

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