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Sabato, 21 Maggio 2022
Cronaca Bagno di Romagna

Sguinzagliate le unità cinofile contro la pratica dei bocconi avvelenati: "A rischio specie molto rare"

Le unità cinofile hanno operato avvalendosi del supporto della veterinaria dell'area protetta, in stretto raccordo con le stazioni dei carabinieri forestali

Dal 15  al 17 marzo,  sei unità cinofile antiveleno provenienti da tutta italia, le “Uca” dei carabinieri forestali hanno eseguito sopralluoghi preventivi nei settori est e sud della provincia di Arezzo, da Chiusi della Verna fino a Monte San Savino, al confine col territorio di Bagno di Romagna. Sono zone dove nel recente passato erano stati segnalati casi di avvelenamenti a carico di animali anche particolarmente protetti. Chimera è stata anche un’opportunità addestrativa, che ha coinvolto i supervisori del Centro nazionale carabinieri cinofili di Firenze e del Comando carabinieri per La tutela della biodiversità e dei Parchi nazionali, dal cui Ufficio progetti dipendono tutte le Unità cinofile antiveleno.

Le unità cinofile hanno operato avvalendosi del supporto della veterinaria dell'area protetta, in stretto raccordo con le stazioni dei carabinieri forestali: del Gruppo Carabinieri Forestali di Arezzo, del reparto Parco nazionale delle Foreste casentinesi e del reparto Biodiversità di Pieve Santo Stefano. Sono state utilizzate le strutture logistiche del reparto Biodiversità di Pratovecchio.
L’operazione era finalizzata a contrastare il rilascio di bocconi avvelenati, una pratica illegale ancora diffusa, i cui motivi sono tradizionalmente legati al controllo delle specie cosidette "nocive", ovvero i predatori (volpe, tasso, rapaci, ma anche lupo) nelle zone dove saranno rilasciati gli animali allevati allo scopo di essere poi cacciati, alla difesa degli allevamenti bradi, alla competizione nella ricerca dei tartufi, o anche,  in ambito urbano, alle liti tra vicini. 

"Siamo molto lieti di ospitare nel Parco una Unità cinofila antiveleno, al servizio di un'area estesissima oltre i confini del Parco. Il fenomeno del rilascio di bocconi avvelenati è una pratica molto più diffusa di quanto si possa pensare, in grado di provocare danni importanti alla sopravvivenza di specie animali selvatiche rare di interesse nazionale ed europeo, come l’orso, il lupo, il nibbio reale. Il fenomeno si  estende anche agli animali di affezione. Sono utilizzati vari veleni, spesso di origine agricola, insetticidi e rodenticidi. Le sofferenza a cui vanno incontro gli esemplari che ingeriscono le esche ono terribili e la morte arriva solo dopo una dolorosissima agonia". A spiegarlo è Luca Santini, presidente del Parco.

Negli ultimi tre anni le Unità cinofile antiveleno hanno effettuato in Italia circa 1.800 ispezioni, con un tasso di riscontri positivi tra il 12 ed il 14%. Le UCA vengono attivate con una semplice richiesta da parte delle istituzioni territoriali e di polizia giudiziaria, o anche in seguito alla segnalazione effettuata con il numero di emergenza nazionale 112.

Chi utilizza esche avvelenate incorre spesso in reati plurimi: si va dal 544 bis e ter del C.P. ("uccisione e maltrattamento di animali") al 674 C.P. ("getto pericoloso di cose") al 440 C.P. ("adulterazione di alimenti"), alle norme previste nelle leggi sulla caccia sia a livello nazionale che regionale, fino al mancato rispetto dell’ordinanza del ministero della Salute “Norme sul divieto di utilizzo e di detenzione di esche o di bocconi avvelenati”. 

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