Setta macrobiotica operante nel Cesenate aveva ridotto in schiavitù i suoi adepti

La Polizia di Stato ha smantellato una presunta setta che controllava in modo totalizzante le vite dei suoi adepti, grazie al rigido controllo dell'alimentazione e la negazione di ogni contatto con l'esterno

Ha coinvolto anche il territorio cesenate l'operazione della Polizia di Stato che ha smantellato una presunta setta che controllava in modo totalizzante le vite dei suoi adepti. Questi, grazie al rigido controllo dell'alimentazione e la negazione di ogni contatto con il mondo esterno sarebbero stati tenuti in condizione di sudditanza. E' il quadro in cui ha operato la Polizia in un blitz nei confronti dei vertici di una setta che operava nel campo dell'alimentazione macrobiotica tra le Marche e Romagna. Cinque le persone indagate al termine delle indagini delle squadre mobili di Ancona e Forlì, supportate dal Servizio centrale operativo, con accuse che, a vario titolo, vanno dall'associazione a delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù ai maltrattamenti, dalle lesioni aggravate all'evasione fiscale. Sono 4 gli indagati, tra cui il presunto capo della setta, Mario Pianesi di 73 anni.

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L'inchiesta era partita all'inizio del 2013 grazie alla denuncia di una ragazza del territorio cesenate. La setta operava anche in campo "sanitario", promettendo cure miracolose a cui la giovane vittima aveva creduto. Il capo della setta - un imprenditore del settore macrobiotico - sosteneva che specifiche diete preparate dal suo gruppo sarebbero state in grado di guarire malattie incurabili. Dagli adepti si pretendevano diverse donazioni di denaro. Agli indagati vengono anche contestati una serie di reati di natura finanziaria per aver evaso il pagamento delle tasse per centinaia di migliaia di euro.

Le indagini della Polizia avrebbero accertato che il rigido stile di vita imposto dal maestro, attraverso 5 diete che prendevano il nome stesso del maestro, gradualmente sempre più ristrette e severe, e le  lunghe “conferenze” da lui tenute, durante le quali si parlava per ore della forza salvifica della sua dottrina alimentare, erano volte a plasmare un asservimento totale delle vittime, alcune delle quali residenti nei territori di Forlì e di Cesena. Tutta la loro vita era gestita dal maestro, che si avvaleva dei suoi collaboratori prescelti, facenti parte della “segreteria”, che attraverso i cosiddetti “capizona” e “capicentri”, dislocati in varie parti d’Italia, secondo le accuse riusciva a manovrare a suo piacimento il mondo macrobiotico.

Secondo le indagini gli adepti venivano convinti ad abbandonare il loro lavoro e in genere ad abiurare la precedente vita e a “lavorare” per l’associazione quale ringraziamento per il messaggio salvifico ricevuto; di fatto si trattava di sfruttamento, costretti a lavorare per molte ore e, nella migliore delle ipotesi, sottopagati.

VIDEO: Gli inquirenti: "Assoggettamento che causava gravi problemi di salute"

Le prime denunce

Il tutto è partito nel 2013 quando alla Squadra Mobile di Forlì si presentò una donna di 45 anni, parlando della propria esperienza all’interno di una associazione, dopo mesi dalla sua fuoriuscita, mesi in cui aveva ripreso gradualmente i contatti con il mondo esterno e aveva riacquistato le forze fisiche e la propria autonomia critica. La donna, residente nel Cesenate, ha spiegato di voler raccontare i fatti di cui era stata vittima soprattutto mossa dal proposito di interrompere la catena  che continuava a recare grave danno alla salute di tante persone, rendendole schiave. Raccontò così degli inizi in alcuni punti di ristoro macrobiotici della Romagna e delle Marche dove aveva subito un “indottrinamento” in un momento di forte fragilità emotiva dovuta ad una malattia e una delusione amorosa.  Aveva creduto ai racconti sui benefici “miracolosi” della dieta elaborata dal vertice della setta, in grado di guarire malattie incurabili per la medicina ufficiale ed all’importanza di diffondere questo stile di vita per “salvare l’umanità”.

Il controllo psicologico

Dal racconto dettagliato della donna è emerso come il fondatore di questa associazione Pianesi, attraverso il rigido controllo dell’alimentazione e le negazione del mondo esterno, soprattutto medico, manipolava gli “adepti” arrivando gradualmente a gestirne l’intera loro vita allo scopo di ricavarne un arricchimento personale, ottenuto attraverso la creazione di società a lui riconducibili operanti nel settore dell’alimentazione ed allo sfruttamento del lavoro degli adepti impiegati nei numerosi centri riferibili all’associazione sparsi sul territorio nazionale che, di fatto, organizzavano un circuito di ristorazione a costo zero.

Le indagini trovano gli elementi della "setta"

L’attività che ne è seguita in cui sono state individuate altre vittime disponibili a raccontare le dinamiche dell’associazione, nonché le indagini patrimoniali, hanno portato la Procura  forlivese ad ipotizzare i reati di associazione per delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù, maltrattamenti, lesioni aggravate ed evasione fiscale. L’indagine è stata quindi successivamente trasferita per competenza territoriale alla Procura distrettuale di Ancona e seguita dalla Squadra Mobile Distrettuale del capoluogo marchigiano.  Qui gli investigatori della Polizia di Stato hanno proseguito la ricerca di coloro che, una volta usciti ed ancora turbati da tale esperienza, erano disposti a rappresentare e denunciare quanto subito, sostenuti anche dal supporto psicologico e legale dell’Osservatorio Nazionale Antiviolenza Psicologica di Firenze.

Per gli inquirenti riconoscibili sono stati gli indizi tipici dei reati settari, contrassegnati dall’abuso del gruppo sulla singola persona ed identificabili in tutte quelle componenti negative che la Squadra Anti Sette in forza al Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato ha tratteggiato e definito sintomatiche di possibili profili di abuso marcando per caratteristiche e struttura, la piena equiparazione dell'associazione una vera e propria “psico-setta a scopo economico”.

Le tecniche

E’ emerso dai racconti e dai riscontri effettuati come Pianesi assieme ad alcuni suoi collaboratori, anch’essi indagati, di 51, 52 e 42 anni, che rivestono ruoli apicali nella piramide organizzativa e decisionale del sodalizio, fosse riuscito a carpire la fiducia di numerose persone che versavano in condizioni psicologiche fragili a causa di problemi di salute personali o famigliari, convincendole che la dieta macrobiotica e i dettami della sua filosofia potessero garantire una guarigione e una soluzione concreta ai loro problemi personali e di salute, tanto da indurre le stesse ad abbandonare le cure della medicina ufficiale, con argomenti  tipo “ i medici tradizionali sono tutti assassini…..” L’accettazione rigida delle cinque diete create dal maestro, le cosiddette 'MA.PI', gradualmente sempre più restrittive, assieme alle  lunghe “conferenze” da lui tenute durante le quali lo stesso era solito argomentare per ore della forza salvifica della sua dottrina alimentare, riservate ai soli adepti, erano volte a plasmare un asservimento totale ad un codice comportamentale che induceva le vittime ad uno stato di schiavitù.

La rete tramite i 'Punti Macrobiotici'

Il capo della setta aveva una rete che si ramificava attraverso “capizona” e “capicentri” dislocati in varie parti d’Italia, all’interno dei “Punti Macrobiotici”. L’apertura di ogni singolo Punto doveva essere autorizzata da Pianesi, il quale per qualsiasi motivo ed in ogni momento, poteva deciderne l’apertura, la chiusura, il trasferimento da un giorno all’altro del capozona o capocentro in qualsiasi altro Punto.  

I pensiero degli “adepti” doveva essere indirizzato ad un unico fine già tracciato dal guru, Sintetizza la nota della Polizia: “M.P. ha già pensato a tutto per noi, bisogna fare bene tutto quello che lui ci dice di fare, in modo da poter guarire sia le malattie fisiche che quelle dell’anima in modo da ripulire il nostro Karma, qualsiasi messa in discussione, ragionamento, domanda sul perché fare o non fare, mangiare o non mangiare, era soltanto una perdita di tempo perché M.P. aveva già sperimentato su di se, sacrificandosi con infinito amore per noi e l’umanità”..  ed ancora: “I farmaci non curano, tolgono semplicemente i sintomi, la medicina uccide, i medici sono degli assassini.”   

Dietro la setta, il lucro

Una volta sottomessi, pretendeva dagli “adepti” donazioni in denaro, a suo dire, da destinare per la salvezza dell’umanità, quali, ad esempio, la realizzazione di una grande clinica dove praticare cure alternative alla medicina ufficiale. L’esame dei flussi contabili di circa cinquanta posizioni bancarie e postali, ha consentito infatti di individuare i movimenti di denaro entrati fraudolentemente nelle casse di Pianesi e dell’associazione, attraverso un collaudato sistema di “offerte”, periodicamente imposte per asserite finalità di destinazione sociale.

In caso di mancata adesione alle richieste spesso veniva avviato un processo sommario al cospetto di tutta la comunità dei macrobiotici allo scopo di deridere e colpevolizzare il renitente, il quale, veniva invitato a fare pubblica ammenda per tali colpe. Nei casi in cui non riuscivano a far fronte alle “donazioni” per il fine comune o a mantenere aperto l’esercizio (imponeva loro il prezzo di vendita di ogni singola porzione che non consentiva margini di guadagno) ne poteva decidere l’espulsione dall’associazione qualificando come “indesiderati” costringendoli a subire dei veri e propri processi interni in cui pretendeva che scrivessero una dichiarazione in cui si assumevano tutta la responsabilità del fallimento.  

Alcune delle persone sentite hanno raccontato che una volta espulse dal mondo Macrobiotico, non avendo più lavoro, affetti familiari dai quali si erano staccati per volontà di Pianesi, si erano trovati a vivere situazioni molto difficili, di disperazione, isolamento, costretti a vendere la loro abitazione o a rivolgersi, per poter mangiare, all’aiuto della Caritas, terrorizzati dal fatto che potessero avverarsi i mali prospettati, in caso di abbandono volontario dal gruppo. 

Un franchising economico camuffato da associazione

L’attività svolta sull’aspetto finanziario della vicenda è stata, tra l’altro, quella di accertare che di fatto l’associazione vincolava la rete di imprenditori operanti in campo nazionale sotto il marchio dell’associazione a vincolarsi sui fornitori e la gestione, fino a veri e propri corsi di formazione su testi del solito 'Maestro', pubblicati dalla casa editrice di sua proprietà. Per gli inquirenti si trattava di un vero e proprio franchising, un’impresa commerciale dissimulata come associazione di promozione sociale creata per la gestione del marchio associativo e come tale obbligata a presentare le dichiarazioni annuali relative alle imposte sui redditi e sul valore aggiunto. Sostanzialmente, nella realizzazione dei propri scopi la predetta associazione ha svolto prevalentemente attività di impresa senza presentare la dovuta dichiarazione dei redditi. Tale violazione è stata posta come accusa a B.G., quale legale rappresentante nonché ritenuto il prestanome dell’associazione. Per l’anno 2013 è stata ritenuta evasa una  I.Re.S.( Imposta su Reddito di Impresa), per un importo di 90.000 euro. Le indagini hanno constatato che ingenti somme, di cui moltissime in contante, generate dall’intera struttura pseudo associativa difatti venissero, alla fine, convogliate sui conti personali e dei familiari dei principali indagati.

La catena dei ristoranti essendo una struttura formalmente autonoma non è stata coinvolta in provvedimenti di sospensione dell'attività.

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