Cesena epicentro dell'indagine sulla setta macrobiotica, così venne soggiogata la prima vittima

La donna racconta così l'inizio, quando ha alcune patologie curabili, e in momento di fragilità entra nel gruppo di allora

Tutto ha avuto origine un giorno del 2013, quando una donna cesenate, all'epoca quarantenne, imbocca la porta della Questura di Forlì, un ufficio di polizia di proposito scelto non a Cesena, per il timore che gli occhi percepiti come ovunque della setta potesse notarla vicino ad un comando delle forze dell'ordine della propria città. Ed è una lunga deposizione (ci sono voluti otto giorni per raccoglierla tutta) quella che permette di squarciare il velo sulla sofferenza vissuta da lei e, nel silenzio e nell'ombra da chissà quante altre persone come lei. La donna riferisce di lunghi anni passati intorno al “Punto Macrobiotico” di Cesena, dal 1997, quando quindi aveva appena 24 anni, fino al 2009. Il suo racconto è il primo documento che è andato a formare un corposo fascicolo di indagine relativo alla presunta “setta macrobiotica” capeggiata da Mario Pianese.

VIDEO: Gli inquirenti: "Assoggettamento che causava gravi problemi di salute"

La sezione specializzata in crimini di genere, sui minori e nelle violenze psico-fisiche della Squadra Mobile della Questura di Forlì, oggi capeggiata da Mario Paternoster, inizia così a lavorare alacremente per cercare riscontri. Ed è così che arriva a identificare tutto il gruppo cesenate a cui la donna apparteneva. L'attività della Questura di Forlì riesce poco alla volta a raccogliere quattro delle otto testimonianze di vittime che poi alla fine hanno sostanziato l'indagine, passata nel 2015 per competenza alla Direzione Distrettuale di Ancona. Un lavoro non facile: parlare con la polizia significa “tradire” il gruppo a cui si è soggiogati. Due di queste vittime sono cesenati e altre due della provincia di Pesaro-Urbino. La stessa donna da cui prende spunto l'indagine negli anni si trasferisce nelle Marche, ma continua ad avere rapporti col nucleo cesenate del “Punto Macrobiotico”.

Setta macrobiotica: Cesena epicentro dell'indagine

La donna racconta così l'inizio, quando ha alcune patologie curabili, e in momento di fragilità entra nel gruppo di allora, era più di vent'anni fa, del “Punto Macrobiotico”, dove sono già presenti il fratello e la madre. Solo il padre era contrario, ma invano, all'adesione della sua famiglia a questa “filosofia alimentare” che presto sarebbe arrivata ben oltre. Per esempio l'adepta non poteva lavarsi durante la mestruazione, era vietato ridere ad alta voce e indossare abiti sexy, vietati anche i rapporti sessuali.  “La cucina macrobiotica è uno stile di alimentazione sano e salutare, ma era tutto quello che gravitava attorno che costituisce la setta”, spiega il dirigente della Squadra Mobile Paternoster che non intende criminalizzare i tanti che credono in questo stile alimentare e che, in buona fede, hanno frequentato come clienti i Punti Macrobiotici sparsi in Italia.  La struttura dei ristoranti non è stata oggetto di provvedimenti cautelari e quindi è aperta e operativa. Tra i frequentatori più assidui, però, -spiegano gli investigatori – si tentava negli anni oggetto di indagine un approccio per renderli parte di un gruppo più ristretto, settario, gli adepti che poi, sempre secondo le indagini, con il loro lavoro gratuito avrebbero mandato avanti un sostanziale franchising commerciale sotto la copertura di associazione di promozione sociale, oppure avrebbero effettuato cospicue donazioni (alcuni di loro era anche gente facoltosa).

La donna di Cesena nel 2001 arriva al livello 5 della dieta MA.PI., quello più estremo, il suo peso arriva a 35 chili e si rende necessario il suo ricovero in ospedale, nonostante la medicina ufficiale sia costituita da “killer” secondo il presunto guru della setta. “Il livello più estremo della dieta non copre gli elementari fabbisogni nutrizionali, disabilita il fisico che nel lungo periodo si riverbera in fragilità psicologica e maggiori capacità di controllare l'adepto”, spiegaPaternoster. Come è possibile che una persona tendenzialmente in buona salute, almeno fisica, si lasci fiaccare così nel corpo e nello spirito? “Inizialmente si avverte un beneficio, si arriva in questi gruppi perché si hanno problemi pregressi, di salute come relazionali – sempre gli inquirenti -, dopo si innesca da parte del gruppo una richiesta di gratitudine e di riconoscimento nei valori della setta”.

La donna di Cesena riesce a rompere le catene della setta solo nel 2009, vale a dire 12 anni dopo. E impiega altri cinque anni, dopo essersi ristabilita nel fisico e negli affetti, per varcare la porta di un ufficio di polizia. Ma da quel momento, almeno, innesca una lunga indagine che ha portato alle cinque denunce per reati molto gravi.

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