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Lunedì, 27 Giugno 2022
Cronaca

Ad incastrarlo le orecchie a sventola, ma con la rapina in banca non c'entrava nulla: la perizia lo scagiona 15 anni dopo

La rapina fu messa a segno il 7 settembre del 2007 alla Banca delle Marche di via Garibaldi a Cesena. L'imputato aveva sempre negato di aver partecipato al colpo

Incastrato per errore dalle orecchie a sventola e condannato a 5 anni di carcere per una rapina da 10 mila euro a una banca di Cesena. Ci sono voluti ben 15 anni per scagionare un palermitano, Giovanni Mannino, che oggi ha 35 anni ed è cresciuto nella zona di corso Calatafimi, e smentire una perizia antropometrica che con certezza assoluta aveva invece sancito - soprattutto per via della dimensione delle orecchie - che il bandito ripreso dalle telecamere dell'istituto di credito fosse proprio lui.

L'imputato ha sempre negato di aver partecipato a quel colpo e persino il suo presunto complice (processato a parte e di cui furono trovate le tracce di dna nella banca) ha sempre dichiarato che Mannino non c'entrasse nulla. La sentenza di assoluzione, con la quale la Corte d'Appello di Bologna ha accolto le tesi dell'avvocato di Mannino, Domenico Trinceri, è stata emessa solo qualche settimana fa.  Così l'uomo è rimasto per anni - tre volte quelli che gli erano stati inflitti come pena - con una condanna di primo grado pendente sulla testa.

La rapina fu messa a segno il 7 settembre del 2007 alla Banca delle Marche di via Garibaldi a Cesena. Due banditi erano entrati in azione con il volto coperto da una calza: mentre uno aveva minacciato i dipendenti e poi arraffato i 10 mila euro, l'altro - che secondo la Procura sarebbe stato Mannino - era rimasto a fare da palo. I due erano stati poi individuati ed arrestati pochi mesi dopo, grazie alle immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza presenti nella banca e dopo essere stati riconosciuti anche da alcuni agenti della questura di Palermo. 

L'altro palermitano, di cui erano state trovate tracce di dna sul luogo della rapina, aveva subito dichiatato che il suo complice non sarebbe stato Mannino, senza fare tuttavia il nome di chi era con lui. Inoltre, non tutti i testimoni durante le indagini avevano riconosciuto Mannino - che non avrebbero mai visto peraltro a volto scoperto - ma alcuni di loro avevano dichiarato di essere rimasti colpiti dalle orecchie particolarmente pronunciate del bandito. "Aveva le orecchie molto a sventola", aveva detto uno di loro, ritenendo che anche Mannino le aveva "un po' accentuate".

Per chiarire il dubbio, era stata disposta una perizia antropometrica al termine della quale il giudizio era stato netto e di "sicura identità" tra l'uomo ripreso dalle telecamere (nonostante le immagini non fossero neppure particolarmente nitide) e Mannino. Ai fini dell'identificazione dell'imputato "si rivelavano decisive le orecchie - si legge nella sentenza di primo grado - non solo e non tanto per le dimensioni, ma per la loro forma, poiché viste di prospetto 'mettono in evidenza la medesima linea spezzata dell'andamento dell'elice', particolare che viene ritenuto di altissimo valore identificativo ('un particolare fortissimo, addirittura in dottrina si parla di impronta auricolare')". Non solo: il perito aveva individuato altri 10 punti morfologici sovrapponibili. 

A quel punto il tribunale di Forlì aveva accolto la richiesta di condanna formulata per Mannino dalla Procura, rimarcando che "il grado di certezza è tale che il perito ritiene che eventualmente solo un gemello omozigote potrebbe avere caratteristiche consimili". Per questo, il 23 dicembre del 2009, al palermitano erano stati inflitti 5 anni di carcere. L'imputato era stato però (e per fortuna) scarcerato, sulla scorta del fatto che diversi testimoni non lo avevano riconsciuto invece con certezza. La difesa dopo qualche mese aveva presentato il ricorso in appello e l'udienza era stata fissata ben 11 anni dopo, cioè per l'anno scorso.

L'avvocato di Mannino ha continuato a ribadire - anche col supporto di una propria consulenza antropometrica - che l'uomo ripreso dalle telecamere non fosse Mannino e lui stesso, rendendo dichiarazioni spontanee, ha nuovamente respinto le accuse. I giudici della Corte d'Appello di Bologna hanno quindi deciso di fare una nuova perizia antropometrica, il cui esito - a differenza di quella usata in primo grado - "non dava assoluta certezza di corrispondenza", anche per via della "scarsa qualità delle immagini". Da qui la decisione - a 15 anni dai fatti - di assolvere Mannino dall'accusa di rapina con la formula "per non aver commesso il fatto".

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