Accusata di aver ucciso lo zio per l'eredità, il pm chiede 25 anni: "Si è pure fabbricata falsi alibi"

"E' un processo indiziario", ha messo in chiaro il pubblico ministero nella requisitoria. "L'imputata ha mentito ripetutamente in fase di indagini e nel processo"

"Una pena di 25 anni per l'imputata che ha agito contro un soggetto in stato di minorata difesa e ha mentito ripetutamente in fase di indagini e nel processo". E' questa la richiesta di condanna del pubblico ministero Sara Posa nei confronti di Paola Benini, alla sbarra per l'omicidio dell'87enne zio Alfredo Benini. Il pm ha chiesto l'applicazione dell'aggravante di aver agito contro un soggetto in stato di minorata difesa, quale sicuramente era Alfredo Benini, 87enne, ipovedente, e solo in casa. "Non si possono inoltre concedere le attenuanti generiche - ha spiegato il pm - a un'imputata che ha mentito e ha tentato di costituirsi alibi falsi".

L'aggressione nella villetta di Cesenatico risale al 15 ottobre 2017, l'87enne Alfredo Benini non si è mai ripreso ed è morto in conseguenza delle lesioni il 13 maggio 2018. L'imputata, presente nell'aula del tribunale di Forlì è rimasta impassibile durante la requisitoria. E' difesa dagli avvocati Flora Mattiello e Francesco Pisciotti. Raffaele Pacifico e Simona Arrigoni difendono invece le parti civili:  Anna Benini, la sorella, e Giordana Crosara il primo, Pietro Benini, Mario Benini, fratelli della vittima, il nipote Andrea Benini e Gessica Bocchini, la seconda.

Una requisitoria molto circostanziata, durata circa due ore, quella del pubblico ministero in cui ha subito messo in chiaro: "E' un processo indiziario, ma questo non significa che ci siano prove deboli, spesso i processi sono risolti da prove inidiziarie o indirette, se sono gravi, precise e concordanti". Il pm in primis spiega perché non è stata presa in considerazione la testimonianza dello stesso Alfredo Benini, nell'immediatezza della brutale aggressione. "Questo non perché non ci conveniva, ma perché era evidente che l'87enne non era in grado di rendere dichiarazioni attendibili per le sue condizioni psico-fisiche".

Il pubblico ministero ripercorre le indagini e sottolinea più volte come siano state scrupolose. "Uno scrupolo che ha innanzitutto permesso di escludere che sia stato un atto predatorio di terze persone. Non c'è traccia di soggetti estranei nelle immagini di videosorveglianza, non vengono trovati segni di effrazione e la casa è in totale ordine, non c'è neanche un cassetto aperto". Il pm sottolinea tutti gli elementi che esaltano la tesi che ad agire sia stata una persona che conosceva bene l'anziano: "L'aggressore ha agito in pieno giorno, quando la badante non c'era. I colpi vengono inferti quando il portone è chiuso, quindi chi agisce, o aveva le chiavi o è stato fatto entrare dalla vittima".

"Il primo colpo viene dato all'ingresso, secondo i periti un pugno o una spinta che fa cadere l'anziano sul pavimento e gli provoca la rottura del setto nasale. La vittima prosegue carponi verso la camera da letto, tramortito, e gli viene inferto un secondo e un terzo colpo quando si trova nel corridoio, forse con un mazzo di chiavi (come ipotizzato dalla criminologa Bruzzone). Poi riesce a raggiungere la porta sul retro e ad uscire".

Ma cosa ci dice la brutale aggressione? "E' stata un'aggressione emotiva - rimarca più volte la pubblica accusa - perché tutta questa violenza gratuita ed efferata su un vecchietto che opponeva una scarsissima resistenza? Perché è una violenza espressiva di un rapporto, di un legame tra vittima e carnefice, che era fatto di litigi e dissidi per motivi economici. Sono pacifiche le ingerenze di Paola Benini per ottenere la nomina di un amministratore di sostegno. In una chat l'imputata arriva a dire che è 'disperata' perché teme che lo zio faccia disposizioni testamentarie a favore della badante".

In aula il pm sottolinea un'altra circostanza molto sospetta: "La Benini ha fatto due telefonate mute esplorative per accertarsi che la badante non fosse in casa prima del rientro a casa dell'anziano, che sarà l'ultimo". Poi si sofferma sul comportamento processuale dell'imputata: "Fin da subito, anche quando non è sospettata, mente, si colloca lontano dal luogo del delitto, si costituisce falsi alibi che verranno smascherati dalle telecamere di sorveglianza, che dimostreranno che ha mentito sui suoi spostamenti. E non lo ha fatto perché sotto stress".

"Siamo in un caso in cui l'imputata è responsabile o corresponsabile del fatto. Non c'è nessun altra ricostruzione ragionevole. Anche qualora ci fosse stata un'aggressione perpetrata da più soggetti, sono sicuramente collegati a Paola Benini". Sulla badante: "E' stata passata ai raggi x, non si è mai contraddetta, non è mai emerso un minimo sospetto. Aveva anzi un contro-movente, perché Alfredo Benini era il suo datore di lavoro, avevano un ottimo raporto, e lui stava per fare un testamento a suo favore". "Non c'è dubbio - prosegue il pm - che la morte è conseguenza della brutale aggressione, come confermano tutti i referti medici". Poi torna sul fatto: "Non si può parlare in questo caso di preterintenzionalità, ma di dolo alternativo, chi ha agito voleva uccidere o tramortire la vittima, o dolo eventuale, l'aggressore ha inferto i colpi accettando il rischio di uccidere".

Il pubblico ministero chiude la requisitoria con la richiesta di "25 anni di reclusione, è del tutto evidente che l'imputata ha agito consapevolmente contro un soggetto debole, 87enne, ipovedente e solo in casa". Da qui l'applicazione dell'aggravante della minorta difesa della vittima. "Inoltre - conclude - non si può certo concedere le attenunati generiche a chi ha mentito reiteratamente dall'inizio delle indagini e durante il processo". Un processo che entra quindi nella sua fase finale, giovedì sarà il giorno della difesa e venerdì arriverà la sentenza che metterà la parola fine, almeno in primo grado, sulla colpevolezza o innocenza di Paola Benini.

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