Nuovo metodo molecolare: al via sperimentazione per scoprire più velocemente la sepsi

“Tutto il processo di diagnosi - spiega il professor Vittorio Sambri, direttore di Microbiologia del Laboratorio Unico - richiede da 36 a 96 ore di tempo"

Dopo 12 mesi di lavoro a pieno regime, l’Unità Operativa di Microbiologia del Laboratorio Unico di Area Vasta Romagna inizia il nuovo anno con ulteriore traguardo, mettendo a punto un piano di sperimentazione di sistemi innovativi per la diagnosi microbiologica delle infezioni sanguigne. Questi metodi riducono significativamente i tempi tecnici necessari per identificare i germi responsabili di gravi infezioni del sangue (sepsi), con una conseguente riduzione del rischio di mortalità.

Si tratta, in particolare, di una nuova tecnica microbiologica che sarà avviata in via sperimentale nei primi mesi del 2014, basata sulla combinazione di due differenti tecniche molecolari che l’equipé di Pievesestina sta portando avanti con successo già da alcuni mesi per arrivare ad identificare rapidamente la presenza di batteri direttamente dai campioni di sangue appena prelevato dal paziente, consentendo una terapia antibiotica tempestiva ed appropriata, con una evidente ricaduta positiva sulla salute dei pazienti, soprattutto di quelli che hanno un sistema immunitario debole o compromesso da malattie croniche. L’obiettivo è di arrivare ad una diagnosi in sole 8 ore, contro le 48 di media attuali.

Con il termine “sepsi” si indica uno stato di infezione grave, generalizzata a tutto l’organismo, determinata anche dal passaggio nel circolo sanguigno di batteri provenienti da focolai infettivi che possono essere localizzati in varie parti del corpo: l’incidenza di questa condizione patologica è in costante aumento negli ultimi due decenni ed è gravata da prognosi infausta per un’elevata percentuale di pazienti. Se diagnostica in tempo breve  e curata adeguatamente, l’infezione ha maggiore probabilità di guarire in pochi giorni e il paziente, generalmente, si ristabilisce senza complicazioni e strascichi.

Ogni anno l’Unità Operativa di Microbiologia del Laboratorio Unico di Pievesestina effettua circa 80 mila esami di emocoltura, ovvero approssimativamente 300 emocolture al giorno: di queste circa il 15% sono positive, ossia evidenziano la presenza di un’infezione.  Ad oggi, il metodo di diagnosi più diffuso per il trattamento della sepsi è proprio  l’emocoltura: si preleva sterilmente un volume di sangue (10/15 ml) dal paziente e lo si immette in flaconi che contengono un terreno di coltura dove possano crescere i germi eventualmente presenti nel sangue.

Questo processo di crescita richiede da 24 a 96 ore (36 di media) per dare un  risultato positivo. In caso di positività il laboratorio di microbiologia deve poi eseguire una serie di ulteriori test (che richiedono almeno 12 ore), che portano alla definitiva identificazione del microbo e alla definizione della sua sensibilità ai farmaci antibiotici, per poter quindi stabilire la migliore e più efficace terapia per ogni singolo paziente.

“Tutto il processo di diagnosi -  spiega il professor Vittorio Sambri, direttore di Microbiologia del Laboratorio Unico -  richiede da 36 a 96 ore di tempo. Spesso questo intervallo temporale è troppo lungo rispetto alle necessità del paziente e influisce negativamente sulle sue condizioni cliniche, visto che il paziente stesso   necessita di una terapia antibiotica mirata e tempestiva, in mancanza della quale le conseguenze a volte possono essere anche mortali”.

Con l’obiettivo di ridurre il tempo necessario per arrivare alla completa identificazione dei microbi responsabili della sepsi, l’Unità Operativa di Microbiologia ha avviato nel corso del 2013 una serie consistente di valutazioni di diversi metodi diagnostici che hanno portato non solo ad una progressiva riduzione dei tempi diagnostici, ma anche alla contemporanea individuazione di molti tra i principali geni che sono resistenti ai farmaci antibiotici.

“Nel 2014 - aggiunge il professor Sambri - partiremo con questo nuovo sistema diagnostico che non è basato su un sistema colturale, ma bensì sull’utilizzo di tecniche molecolari direttamente sul campione primario di sangue appena prelevato dal paziente. Per ora sono stati fatti alcuni tentativi e l’obiettivo è quello di identificare in un tempo di circa 8 ore totali la presenza di germi patogeni nel sangue dei pazienti affetti da sepsi”.

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Se questa sperimentazione andrà a regime - conclude il professor  Sambri - si salveranno più vite: ‘correre sempre più in fretta’ per sconfiggere l’infezione che colpisce li pazienti , specie quelli fisicamente già compromessi,  consentirà  auspicabilmente di ridurre la mortalità fino al  50%”.

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