Cronaca Cesenatico

Sentenza Carlino, per i giudici Pantani era "seccante"

Fabio Carlino non ha avuto alcun ruolo ne' "causale" nè "doloso" in relazione alla morte di Marco Pantani, deceduto per overdose in un residence di Rimini il 14 febbraio del 2004

Fabio Carlino non ha avuto alcun ruolo ne' "causale" nè "doloso" in relazione alla morte di Marco Pantani, deceduto per overdose in un residence di Rimini il 14 febbraio del 2004. Sono state rese note le motivazioni contenute nella sentenza con cui la Cassazione ha assolto Carlino dall'accusa di spaccio di sostanze stupefacenti e procurata morte come conseguenza di altro reato. Pantani era morto per "intossicazione acuta conseguente all'assunzione smodata" di cocaina.

Nelle motivazioni contenute nella sentenza 43106 della Sesta sezione penale, i giudici hanno evidenziato che dai fatti "emerge evidente l'estraneità di Carlino non solo rispetto alla compravendita dello stupefacente, ma anche rispetto alla fase della consegna, interamente gestita dalla coppia Fabio Miradossa e Ciro Veneruso, i quali, pur potendo servirsi dell'ausilio di Carlino direttamente pressato dal compratore, ritennero di non coinvolgerlo".

Carlino era stato condannato sia in primo che in secondo grado a quattro anni e sei mesi di reclusione oltre ad un risarcimento di 300 mila euro in favore dei familiari del Pirata. Gli “ermellini” hanno valutato “assillante” e “seccante” il comportamento di Pantani nei confronti di Carlino, contattato più volte nei giorni precedenti al decesso per l'acquisto di cocaina.

La droga era stata richiesta allo stesso Carlino, poiché in contatto con Miradossa e Veneruso, i due spacciatori a cui si rivolgeva il campione di ciclismo. Secondo la ricostruzione dei giudici, pressato dal ciclista, Carlino contattò in quei giorni Miradossa, evidenziando preoccupazione "per l'assillante presenza di Pantani, chiedendogli di risolvere il problema". Si era infatti creata "una situazione insostenibile", con il Pirata che "supplicava di dargli la droga e mostrava il denaro contante con cui l'avrebbe pagata".

Per i giudici, "dai fatti esposti emerge evidente l'estraneità del Carlino non solo rispetto alla compravendita dello stupefacente, ma anche rispetto alla fase di consegna interamente gestita dalla coppia Miradossa-Veneruso, i quali, pur potendo servirsi dell'ausilio di Carlino direttamente pressato dal compratore, ritennero di non coinvolgerlo".

"Considerando che Carlino non aveva alcuna cointeressenza nel traffico illecito esercitato da Miradossa, risulta chiaro - secondo la Suprema Corte - che dalle rimostranze che Carlino rivolse ai due spacciatori per le seccature che indirettamente gli procuravano esulava la coscienza e volontà di istigare o rafforzare l'altrui proposito di portare a compimento l'illecita cessione". Per gli “ermellini” “non vi è spazio dunque per ravvisare nel comportamento tenuto da Carlino un contributo causalmente efficiente, e ancor meno doloso, nella cessione della sostanza che ha poi innescato il processo patologico che ha condotto a morte l'assuntore".

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