"Lontana dai miei cari, senza lavoro, in un piccolo bilocale: sono 'scappata' e ho preso una multa senza cuore"

"Quaranta giorni che non vedo mia madre, colpita da diverso tempo da una malattia degenerativa agli occhi che l'ha resa pressoché cieca. Un insieme di eventi improvvisi che mi hanno turbata infinitamente aggravati da una forte solitudine"

Riportiamo una lettera di una lettrice, che parla della difficoltà di una persona sola ed in difficoltà ad osservare il distanziamento sociale.

Sono domiciliata a Cesena e da oggi con grande felicità ne ho preso anche la residenza. Vi scrivo con grande imbarazzo e difficoltà, dopo varie titubanze perché non è facile per me comunicare ed esporre ( soprattutto a" figure" di tale rilievo) questioni private. Ma, ho deciso di rivolgermi a Voi come ad un fratello, un amico, un vicino accogliente della porta accanto, ma che da lungo tempo non ho. Vivo da sola, in completa solitudine da 40 giorni o forse più ( ho perso i giorni lo sai?) , in un piccolissimo bilocale. Poche finestre, niente luce, niente balcone. Ho perso il lavoro a fine febbraio. Lavoravo presso un'Associazione come educatrice. E' venuta a mancarmi una grossa fonte di sostentamento, e non parlo solo di stipendio che poteva garantire il pagamento di affitto, bollette, spese di prima necessità, ma il diritto al lavoro stesso, della propria identità, la possibilità di rivedere i bambini a cui ero legata particolarmente.

Quaranta giorni che non vedo mia madre, colpita da diverso tempo da una malattia degenerativa agli occhi che l'ha resa pressoché cieca. E molto fragile. Un insieme di eventi improvvisi che mi hanno turbata infinitamente aggravati da una forte solitudine, difficoltà a dormire e ansia per il futuro prossimo. Domenica 12 Aprile, dopo una notte insonne, la visione dei vicini riuniti ai loro figlioli, l'impossibilità di viversi un'intimità e di "respirare" in ridottissimi metri quadri, mi sono avviata profondamente scossa e preoccupata, verso la macchina parcheggiata davanti casa. Mi sono spostata nella strada parallela ed ho chiamato l'amica lontana, raccontando il mio stato, la mancanza di mia madre, la perdita del lavoro, Il denaro che non ci sarebbe più stato. Ho proseguito il giro in macchina ascoltando musica e continuando a piangere ininterrottamente, con la consapevolezza che prima o poi sarei dovuta rientrare in quello stato di carcere; nonostante il panico e il bisogno di concedermi anche solo dieci minuti d'aria lontano da tutti, "fingendo" d'essere libera e senza più problemi.

Lungo la via Emilia però, ( dopo il Conad di Case finali) sono stata fermata da una pattuglia ( intorno alle ore 11:20) la quale mi ha chiesto immediatamente dove ero diretta . Io, che in quel momento ero fortemente provata da tutta una seri di motivazioni ho dichiarato molto onestamente che avevo bisogno di stare sola e chiamare un'amica per condividere un mio disagio. Ho pianto, ho pianto molto ( non solo per lo stato di forte disagio e tristezza in cui ero) perché uno dei due uomini in divisa non ha mostrato il minimo segnale di empatia e tolleranza nei miei confronti. Ho provato un'immensa vergogna. Mi vergognavo di me stessa. Di come ero diventata. Della mancanza delle parole. Della paura che provavo. Della perdita di tutto. Di non esser stata in grado di rispondere alle loro infinite domande. Paura nei confronti di talune loro affermazioni in merito alla mia malafede e disobbedienza alle regole. Ho chiesto più volte comprensione affermando quanto fossi imbarazzata dell'accaduto, di me stessa ed ho espresso poi la voglia di andare da mia madre.

Piangevo e esprimevo il desiderio di tornare a vedere mia madre situata a Gambettola, malata, che da tropo tempo non vedevo. Il più giovane si è alterato , affermando che sarei incorsa in una denuncia per falsa testimonianza e una conseguente fedina penale sporca. Credevo d'essere in un film. Il peggiore dopo il Covid. Non mi capacitavo di tanta durezza. Ero in un fortissimo attacco di panico e, come me, avrebbero potuto trovarsi centinaia di donne, sole, forti, indipendenti ma molto fragili con il bisogno di trovare un appoggio, una mano, uno sguardo di comprensione; non di accanimento e colpevolizzazione. D'altro canto capisco il lavoro continuo e stancante di questi uomini che devono confrontarsi quotidianamente con individui poco civili. Capisco che la legge per loro è un principio fondamentale. Ma a volte occorre cuore , un pezzo di cuore collegato a questa legge.

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Credetemi. Che poi ho compreso che tutta questa vergogna non avrei dovuto provarla, perché non stavo rubando, ma stavo in uno stato di necessità e questa non è una colpa. Non mi è stato consegnato il verbale, cosi ho telefonato Martedì 14 aprile direttamente iper chiedere copia e sanzione. Non avendo più liquidità non saprei poi come effettuare un possibile qualsiasi pagamento. Mi è stato detto ( dallo stesso  che mi ha fermato Domenica) che sanzione e verbale mi verranno consegnati a casa da loro . Ma, non sono qui per chiedere soluzione ad un pagamento ( anche se è diventato un ulteriore motivo di ansia quotidiana) Voglio rendervi partecipi del mio tristissimo accadimento. Voglio che sappiate che questo momento di fragilità, che dura tuttora ( perché mi ha lasciato un segno) può colpire chiunque. E vorrei che gli addetti ai lavori indossino oltre ad una divisa ed una pistola anche una dose d'intelligenza emotiva per sostenere e non abbattere.

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