La missione umanitaria in Bielorussia dell'associazione Piccolo Mondo Onlus

"Nel autunno 2012, l’associazione di volontariato Piccolo Mondo Onlus, ha attuato una missione umanitaria in Bielorussia, Paese col quale collabora fin dal 1996"

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di CesenaToday

Nel autunno 2012, l’associazione di volontariato Piccolo Mondo Onlus, ha attuato una missione umanitaria in Bielorussia, Paese col quale collabora fin dal 1996. La Bielorussia è un territorio di grandi contraddizioni: il visitatore entrando a Minsk, la capitale, è colpito favorevolmente dalla illuminazione notturna dei palazzi, dalla magnificenza di parecchie costruzioni e alberghi (tutti con casinò e ragazze bellissime in cerca di soldi, o forse anche di un sogno di fuga verso l’Italia), dalla potenza “fisica” delle sculture e dei monumenti con fiamme perpetue, dalle sedi universitarie e dalla gran quantità di college.

E poi il teatro Bolshoi, copia del celeberrimo di Mosca, dalle scenografie immense e sontuose e coi ballerini di una bravura rigorosa; la biblioteca in un prisma di cristallo, il palazzo del ghiaccio, i parchi e le aiuole ben curati, ecc.,  Ma nella stessa città, ormai assurta a metropoli europea, che aspira anzi ad entrare nel novero dei Paesi UE, insieme a situazioni di normalità di vita, studio, lavoro, convivono anche una gran quantità di affollati condomini popolari dagli ingressi sgangherati, eppure protetti da combinazioni numeriche; appartamenti senza pavimentazione dai quali provengono poveri odori di zuppa di cavolo verza e rapa rossa. Un camera con cucina è una risorsa che mette insieme persone non legate da vincoli d’affetto o parentela, ma da stato di bisogno. E sovente è la vodka l’elemento di condivisione.
Non c’è sala da pranzo, né tantomeno camera da letto, in tante case bielorusse: gli occupanti dormono a rotazione, a seconda dei ritmi lavorativi, su divani o giacigli di fortuna, e il rito, tutto italiano, del ritrovarsi all’ora dei pasti è un valore assai poco praticato.

Disseminate tra quegli alveari-dormitorio, tante casupole di legno: poco più che catapecchie col tetto in lamiera, o peggio, in eternit, che una tendina ricamata, una ghirlanda dipinta a incorniciare le finestre e una mano di vernice colorata d’azzurro o di giallo rende fiabesche, solo all’apparenza. E poi ci sono i villaggi, a grande distanza dei capoluoghi di regione, immersi tra  boschi di betulle, dove si vive del poco, peraltro contaminato dalle radiazioni di Chernobyl, che producono la terra e il sofferto lavoro d’aratro tirato dagli asini.

Due pesci tenuti per le branchie, qualche fungo, trecce d’aglio, un cestello di uova dal guscio bianchissimo e fiori, tanti fiori, sono offerti in vendita da umili nonnini lungo il ciglio delle strade agli occasionali automobilisti. In questo panorama, prospera e non accenna a diminuire un fenomeno comune a diversi paesi dell’Est Europa: gli “internat”, scuole-orfanotrofio istituite dallo Stato, che rappresentano casa, famiglia, istruzione, e in qualche modo anche affetti, per centinaia di bambini e ragazzi in stato d’abbandono genitoriale. Non esiste cittadina, non c’è villaggio, o capoluogo che non abbia i suoi internat e i suoi “detsky dom” (case del bambino), edifici di grande capienza (una media di 100 ospiti almeno) dove crescono gli orfani sociali: ovvero bambini ai quali non sempre sono morti i genitori, ma sottratti alla loro potestà perché vittime di incuria, incapacità educativa, trascuratezza, fino a motivazioni più gravi di violenza generate in prevalenza dall’alcolismo.

In un contesto di anaffettività e svilimento dei valori parentali si è mossa la missione umanitaria di Piccolo Mondo, denominata “Non di solo pane”. Abbiamo cioè voluto portare, come già fatto coi dottori clown, e in ripetute visite, un aiuto non tanto e non solo economico, ma allo spirito, alla psiche, all’autostima di quei bambini. Erano con me, che sono presidente e fondatrice dal 1996 di Piccolo Mondo, l’art terapista e insegnante di gioco-danza Roberta Riminucci, la giovane psicologa Marilena Gorini e l’attore-animatore di pupazzi Mirko Alvisi. A far da interprete un ex bambino di internat che oggi, venticinquenne, vive stabilmente in Italia.

Gli “amici italiani” sono accolti con gioia e rispetto. “Ciao”, ci salutano tante mani alzate, ci stringono le gambe con affetto tanti piccoli, mentre i più grandicelli, trattenuti dal pudore, vorrebbero fare altrettanto verso quegli italiani che parlano a voce alta, sorridono, prendo in braccio i bambini, regalano caramelle, palloncini, ma soprattutto rappresentano un elemento di novità in una routine fatta sempre degli stessi gesti e degli stessi volti. Non manca, in segno di omaggio per l’ospite, il rito dell’offerta del pane e del sale, o una buona tazza di tè tenuto in caldo nel samovar. I romagnoli in particolare, sono ben accetti: non c’è bambino e non c’è adulto che non conosca “Romagna mia”, non solo come canzone popolare, ma per il suo significato più struggente, quello della nostalgia per la casa e la mamma lontana. Là dove mamma e casa sono intese da tanti ragazzini come quelle trovate presso le famiglie italiane che li accolgono temporaneamente per le vacanze.

Sono 30mila i nuclei familiari italiani che ogni anno, d’estate e a Natale, attraverso associazioni di volontariato, danno ospitalità ai “ragazzi di Chernobyl”. E sono tante anche le famiglie che mantengono anche dopo i 18 anni, un rapporto di affetto e sostegno verso il ragazzo ospitato. Sono 400mila i giovanissimi bielorussi che dal 1994 ad oggi sono stati accolti da famiglie di varie regioni e 600mila bielorussi parlano italiano, la seconda lingua più parlata nel Paese. Siamo stati a Babruisk, nel sud della Bielorussia e ci siamo persi negli sguardi azzurri di quei bellissimi piccoli di pochi mesi a tre anni d’età e un misto di dolore e impotenza ci ha preso il cuore. Cosa può spingere un padre o una madre a non curarsi di bimbi così belli, desiderosi di un bacio, una carezza, una fiaba, un gesto d’amore? Quegli angioletti non hanno alcuno che li culli e loro fanno da soli, sbattendo ossessivamente il capo fino a che, sfiniti, s’addormentano.

Sindrome d’abbandono, la chiamano. Siamo stati in istituti con ragazzi rifiutati per le loro patologie: nanismo, difetti uditivi, autismo, sindrome di down, malformazioni genetiche. Ma anche rinnegati senza un vero perché. E abbiamo pure visto come alcune vecchie scuole vengano riadattate a case d’accoglienza per ragazze madri, perché è frequente il fenomeno dei “ritorni”: la ragazzina uscita dall’orfanotrofio in cui  ha compiuto gli studi dell’obbligo, affidata a se stessa, resta vittima di un errato senso di libertà e d’amore rimediando gravidanze precoci che la inducono a tornare, con la sua creatura, nel luogo in cui è cresciuta. E la storia si ripete. Abbiamo giocato, disegnato, colorato, cantato, abbracciato tanti corpicini e carezzato tante teste, anche quando avevano i pidocchi. Non molto è cambiato in quel Paese, se non di facciata, rispetto a 17 anni fa, quando andai in Bielorussia per la prima volta. E sono ancora a chiedermi…perché?"

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