La dimensione del lockdown attraverso le lenti dell’arte fotografica: ecco il Festival Cristallino

"La nona edizione del Festival Cristallino, Art as a Virus, - sottolinea l'assessore alla cultura Carlo Verona - ben si inserisce in questo racconto atipico presentandosi come una vera e propria testimonianza di quanto ciascuno di noi ha vissuto"

La vita prima e dopo il Covid-19. Senza dubbio il 2020 entrerà negli annali della storia come l’anno di confine tra il “pre” e il “post” pandemia. Tutti gli equilibri, dalla sanità all’economia e ancora dalla cultura alla socialità, hanno dovuto riadattarsi al nuovo contesto, certamente incerto e poco chiaro. Per questa ragione mi piace pensare ai mesi appena trascorsi come a un “capitolo a parte” in cui tutto è proseguito pur restando intrappolato in un tempo sospeso.

"La nona edizione del Festival Cristallino, Art as a Virus, - sottolinea l'assessore alla cultura Carlo Verona - ben si inserisce in questo racconto atipico presentandosi come una vera e propria testimonianza di quanto ciascuno di noi ha vissuto: le paure, le incertezze, il desiderio di liberarsi da quel senso di impotenza andando incontro al prossimo. Ecco che ancora una volta emerge la vocazione squisitamente sociale e antropologica di un Festival che da anni si colloca al centro della scena culturale cesenate offrendo sempre originali spunti circa le arti contemporanee in relazione alle dinamiche sociali, storiche e culturali che attraversano il nostro presente. Quest’anno dunque al centro della riflessione proposta dal collettivo di artisti troviamo la dimensione dell’arte contemporanea e la dimensione virale. In molti ritengono che l’emergenza epidemiologica abbia funzionato da acceleratore di tendenze e che, con la chiusura dei luoghi di cultura, le arti abbiano percorso una via, quella digitale, altrimenti poco praticata. Il virus ha quindi fornito un canale in più alle arti dando loro la possibilità di creare tendenze e di diventare – appunto – virali, se ben raccontate".

"Certo, l’auspicio è che questa fruizione “limitata” possa essere un elemento aggiuntivo e non l'unica via percorribile, ma chiaro è che senza la connettività il lockdown sarebbe stato molto meno interessante".

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"Cresciuto durante la pandemia e la stagione del lockdown, -sottolinea Roberto Bertozzi, direzione artistica - Art as a Virus è un racconto espositivo che ha risentito di una condizione temporale e spaziale atipica, assolutamente sui generis, e che di questa condizione è diventato la concreta testimonianza. Due fattori in special modo sono stati al centro della nostra indagine. Da una parte l’ipotesi di una possibile equivalenza tra arte e dimensione virale, a partire dalle loro dinamiche evenemenziali, nel loro identico fungere da innesco, in misura spesso repentina e travolgente, di quella sostanziale criticità che serpeggia, più o meno celata, nelle pieghe delle democrazie occidentali. Dall’altra la formula del “diario” come sintassi esclusiva della narrazione visiva, come modalità di attuazione di un progetto artistico, portatrice, a tutti gli effetti, di una specifica struttura estetica ed esperienziale. I diari di quarantena proposti dai fotografi che abbiamo invitato arrecano tutti i segni di questa struttura: serialità, intimità del lessico, fissità semi-maniacale dell’inquadratura, o meglio, ritorno dello sguardo sempre nel medesimo punctum".
 

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