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Perché l’inverno non è arrivato? "Tra le cause c'è El Niño"

La situazione è presumibilmente imputabile al graduale effetto del cambiamento climatico e alle conseguenze de El Niño, il fenomeno che si verifica periodicamente nell´area centrale dell´Oceano Pacifico

L’inverno sembra proprio non voler arrivare quest’anno: ad eccezione della seconda settimana di gennaio, quando le temperature sono scese sotto lo zero in maniera diffusa per l’afflusso di aria di origine polare, il periodo da novembre alla fine di gennaio è stato caratterizzato dalla persistenza dell’alta pressione, che ha mantenuto condizioni di stabilità e temperature molto al disopra della media. Anche le previsioni non lasciano intravedere una normalizzazione nel prossimo futuro, visto che da metà febbraio è previsto un robusto segnale di rimonta del campo anticiclonico. Queste forti anomalie di circolazione determinano temperature eccezionalmente miti (soprattutto in montagna), assenza di precipitazioni, scarso rimescolamento atmosferico e quindi scarso ricambio di massa d’aria in Pianura Padana, con sensibili conseguenze in vari settori: lo stato dei fiumi, l’agricoltura, il turismo invernale, la qualità dell’aria. 

LE CAUSE - "I flussi perturbati atlantici invernali si sono mantenuti più a Nord della norma per la persistente presenza di un campo anticiclonico sul Mediterraneo, legata alla anomala espansione della fascia di alta pressione subtropicale - viene illustrato dal servizio meteorologico dell'Arpae dell'Emilia Romagna -. La situazione è presumibilmente imputabile al graduale effetto del cambiamento climatico e alle conseguenze de El Niño, il fenomeno che si verifica periodicamente nell´area centrale dell´Oceano Pacifico, quando la temperatura di superficie aumenta di almeno 0,5°C per non meno di 5 mesi, con effetti sulla circolazione atmosferica globale.

GLI EFFETTI SULLE TEMPERATURE E LE PRECIPITAZIONI - Le temperature medie degli ultimi tre mesi (novembre-gennaio) sono state molto superiori alla media: in montagna si sono registrati circa +3°C rispetto al clima degli ultimi anni, in pianura circa + 1°C. In particolare nella settimana dal 25 al 31 gennaio sono risultate molto superiori al clima con scostamenti settimanali tra +3-5 °C in pianura e sino a +6-8 °C sui rilievi. Il 31 gennaio a Cesena sono stati raggiunti i 18,9 °C. Emblematico in questa stagione anche il dato relativo allo zero termico, l´altitudine alla quale la temperatura è di 0°C in libera atmosfera. Il trimestre appena concluso ha fatto registrare un valore medio di 2850 metri, per cui il limite della neve e del gelo è stato mediamente molto superiore alle cime più alte dell´Emilia-Romagna, con “sofferenza” degli impianti sciistici.

Anche le precipitazioni sono state scarsissime, inferiori alla norma su tutta la regione. I valori di deficit arrivano fino a - 70% nei tre mesi sulla fascia appenninica (pari a circa - 400mm). Le piogge sono state più abbondanti sul settore centro-orientale grazie a un ottobre piovoso e ad un abbondante (e finora unico) evento di precipitazioni nel mese di novembre. Questo è il primo anno (fra gli ultimi 10 analizzati) in cui a questa data alle quote comprese tra i 1500-1600 metri non c´è copertura nevosa. La scarsità delle precipitazioni non ha inciso significativamente sul livello delle falde, ossia dell´acqua immagazzinata nel sottosuolo che, infiltrandosi nel terreno, forma depositi di acqua sotterranea. Nell’ultimo bimestre dicembre 2015-gennaio 2016 in Emilia-Romagna i livelli medi di soggiacenza delle falde di pianura (ovvero, della profondità  delle acque sotterranee misurata in metri rispetto alla superficie topografica) risultano mediamente più alti del corrispondente periodo  2011-2014, quindi la situazione è decisamente positiva.

LE CONSEGUENZE SULLA QUALITÀ DELL´ARIA - Lo scarso rimescolamento, l’assenza di vento e le marcate inversioni termiche, con temperature in quota particolarmente elevate (+ 3°C rispetto al clima) hanno pesantemente influito sull’accumulo degli inquinanti per l´intero trimestre. "Nel 2015/2016 - evidenziano dall'Arpa - si è osservato un incremento della concentrazione di PM2.5 rispetto agli anni precedenti, a fronte di una diminuzione del PM1. Tale informazione è importante per poter discriminare i diversi processi che concorrono alla formazione e alla massa del particolato. Le polveri comprese tra pm2.5 e pm1 sono presumibilmente imputabili alla trasformazione e aumento di massa del particolato dovuti al suo “invecchiamento”, che si verifica nelle situazioni caratterizzate da lunghi periodi di stagnazione delle masse d’aria, come successo a metà dicembre e nella seconda metà di gennaio. Tali situazioni tendono a rendere omogeneo l’inquinamento tra le aree urbane e le aree rurali. Anche i valori di biossido di azoto (NO2) - gas che contribuisce alla formazione di PM10 e PM2.5 - sono risultati oltre alla norma alla fine del mese di gennaio".

IL CONFRONTO CON IL PASSATO - Un confronto col passato: "Negli ultimi anni si sono alternati inverni molto diversi fra loro: generalmente caldi, spesso molto piovosi (come il 2010 e il 2014) oppure siccitosi, come quelli 2006/2007/2008 e il 2012. Questa alternanza meteorologica ha evidenti riflessi negativi sulla qualità dell’aria: nel trimestre novembre- gennaio, ben cinque stazioni hanno registrato più dei 35 superamenti di pm10 che la normativa consente in un intero anno. Tuttavia, restiamo lontani dalla situazione del 2011-2012, quando furono ben 27 le stazioni con registrazioni così critiche. Relativamente critica, al momento, a giudicare dai livelli dei fiumi soprattutto sulla parte occidentale della regione, anche la situazione di siccità, comparabile con quella del 2006-2007". 

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