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Covid, la cura col plasma avanza in Romagna: "Cerchiamo i soggetti con gli anticorpi giusti"

Il dottor Sambri, direttore dell'Unità operativa microbiologia del Laboratorio unico di Pievesestina fa chiarezza sulla cura col plasma. Sui prossimi mesi: "Fondamentali i comportamenti della gente"

In attesa del vaccino anti-covid anche in Romagna si stanno effettuando studi per curare i malati più gravi e limitare il danno provocato dal virus. Nel laboratorio di Pievesestina in questi giorni si sta lavorando alla selezione di pazienti guariti dal Covid per un eventuale donazione del plasma. Si tratta di un intervento che fa parte di uno studio regionale più ampio e a questo riguardo ne abbiamo parlato col professore Vittorio Sambri, direttore dell'Unità Operativa Microbiologia del Laboratorio Unico di Pievesestina.

Professore come state operando sul plasma? E' una possibile cura?

Innanzitutto gli studi sul plasma sono due: ce n'è uno nazionale e uno regionale, al quale partecipiamo anche noi come Ausl Romagna, partita in queste settimane. A questo proposito stiamo facendo un'attenta analisi della qualità degli anticorpi dei soggetti guariti dal covid, selezionando quelli giusti per poter iniziare lo studio.  

In che senso professore? Significa che alcuni pazienti hanno gli anticorpi giusti e altri no?

Esatto. Quando ci infettiamo il nostro corpo risponde al virus che ci ha attaccato. E non tutti gli anticorpi che sviluppiamo sono in grado di bloccare la penetrazione del virus; ci sono anticorpi che hanno anche altre funzioni, utili ma non quelle che servono a noi. Visto che la cura col plasma ha senso somministrarla se viene effettuata nelle prime due settimane dell'infezione, quando il Covid fa danni nel corpo, e non nella seconda fase, quando il corpo del paziente inizia a rispondere all'infezione, a noi servono solo gli anticorpi che bloccano la penetrazione del virus. E nel plasma dei pazienti guariti questo tipo di anticorpi possono esserci oppure no. A noi serve anche che sia un sufficiente quantità.

Quindi come procedete?

I trasfusionisti ci comunicano quanti donatori hanno individuato. Noi, in laboratorio iniziamo a esaminare il loro sangue. Trovati gli anticorpi giusti bisogna capire se il donatore è in grado di donare il plasma, anche perché non tutti i soggetti sono in grado di donarlo. Poi si inizia a costruire lo studio. Gli studi non sono interventi improvvisati, hanno bisogno di misurazioni. Se domani guarisco una persona malata di covid col plasma non significa che la terapia funzioni. Per testarla e avere la certezza devo prendere 100 persone malate di covid con sintomi e pregressi simili, a 50 somministrare il plasma, agli altri 50 somministrare altre cure. Se alla fine dello studio i 50 curati col plasma stanno tutti bene e gli altri no, significa che funziona al 100%. Se solo alcuni stanno meglio andrò a verificare chi sono e il perché. Insomma le evidenze vanno misurate e interpretate. Tutto il resto appartiene all'ambito del caso, non è una prova.

Professore cosa si aspetta per i prossimi mesi?

Vorrei poterle rispondere ma io sono un virologo, non indovino. L'unica cosa di cui sono certo è che l'80% di come andrà nei prossimi mesi dipende da noi. Con i nostri atteggiamenti possiamo condizionare l'evoluzione della malattia. Capisco che tenere la mascherina alzata su naso e bocca per ore possa essere un disagio ma non è nulla a confronto di stare chiusi in casa, quindi va indossata. E' un discorso di etica. Com'è altrettanto giusto tenere le distanze, non mettersi le mani in bocca o negli occhi, fare il vaccino antinfluenzale e avere particolare attenzione nei confronti delle persone più fragili. Il resto spetta a noi, ai medici. Stiamo aumentando la diagnostica, saremo sempre più rapidi nello stanare i focolai e a spegnerli. Vi garantisco che la macchina della sanità sta andando a 130 all'ora. E' ovvio che questa corsa diventa vana e inutile se i comportamenti non sono consoni, se la gente non si impegna. Quindi bisogna tenere duro ancora per un po'. 

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