Coronavirus, le unità speciali dei medici a domicilio: "I malati sono spaventati. Ma non sono più soli"

Sono i medici "Usca", Unità Speciali di Continuità Assistenziali, medici che in gran parte svolgono servizio come guardie mediche e che hanno dato la disponibilità ad andare a visitare a domicilio i sospetti malati di coronavirus

Quando entrano a casa sembrano extraterrestri, ma in realtà sono angeli. Sono i medici "Usca", Unità Speciali di Continuità Assistenziali, medici che in gran parte svolgono servizio come guardie mediche e che hanno dato la disponibilità ad andare a visitare a domicilio i sospetti malati di coronavirus o i pazienti già conclamati che, pur restando a casa, hanno bisogno di un'attenzione particolare. Valentina Orioli, guardia medica a Cesena, è una di queste.

Quando siete partiti col servizio?
Dal 27 marzo. Eravamo in 8 quando siamo partiti, ora siamo in 14. Praticamente per ogni turno siamo operativi in tre. A noi si è unito anche un medico di medicina generale in pensione che, vista l'emergenza, si è sentito in dovere di dare una mano. Un gran bel gesto.

In cosa consiste il vostro lavoro?
Noi lavoriamo dalle 8 alle 20 e siamo chiamati o dai medici di base o dal dipartimento di Igiene dell'Asl. Mentre prima si faceva solo il monitoraggio telefonico degli ammalati del coronavirus, ora, nel caso sia necessario, subentriamo noi. I malati non sono più soli, o con il medico di base, a gestire la loro malattia, ma noi interveniamo nel caso ci sia un sospetto contagio o un evidente peggioramento dei sintomi.

Concretamente andate a visitare il paziente?
Sì, lo visitiamo proprio. Mettiamo che ci sia un paziente col coronavirus già conclamato, a cui è stato già fatto il tampone e che stia a casa perché non presenta gravi sintomi. A un certo punto, però, i sintomi peggiorano, fatica a respirare o la febbre sale troppo. Ecco che interveniamo noi per introdurre una terapia più efficace oppure per ospedalizzarlo. Entriamo in casa, prendiamo i parametri vitali del paziente: saturazione dell'ossigeno, febbre, frequenza cardiaca. Facciamo il test del cammino e poi ripetiamo l'esame dei parametri. Dipendentemente da quello che emerge procediamo o con una cura o con l'ospedalizzazione. Anche nel caso di un paziente che si sospetta sia stato contagiato si procede nello stesso modo e nel giro di pochi giorni, a volte ore, interviene il dipartimento d'Igiene per il tampone. All'inizio della pandemia per fare un tampone ci mettevamo anche una decina di giorni, ora il protocollo si è evoluto moltissimo e riusciamo a reagire e intervenire con molta più velocità.

Come l'accolgono i pazienti?
Beh, la gente è molto spaventata quando ci vede così vestiti. E poi quando ci vedono sanno che con molta probabilità il medico di base ha intuito che il paziente potesse avere il coronavirus, quindi si spaventano ancora di più. Però, poi, quando passa la prima paura, hanno molto bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro e sia un punto di riferimento concreto. Prima, molti, si sono curati da soli e visto che la situazione è molto pesante poterla condividere con qualcuno l'alleggerisce un po'.

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Cosa ne pensa di questa esperienza?
E' assolutamente una bellissima esperienza. E' un lavoro nuovo, ci confrontiamo tutti i giorni tra noi medici e non prendiamo mai decisioni da soli. Questo è un aspetto molto bello e gratificante della nostra attività.   

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