L'infermiera Covid in trincea: "Non si stacca mai la spina. Noi eroi? Prima dicevano fannulloni"

L'infermiera nel reparto 'rosso' del Bufalini si racconta: "Oltre ai turni di lavoro massacranti, la difficoltà principale è stare lontani dalla famiglia"

Da mesi sono in 'guerra' contro il nemico subdolo e invisibile. Non vestono la tuta mimetica ma camice e mascherina. Sono gli infermieri, che insieme ai medici e a tutto il personale sanitario stanno lottando contro il Covid-19. Chiamati al fronte senza distinzioni, giovanissimi o con anni di esperienza alle spalle, ben presto per l'opinione pubblica in questa emergenza sanitaria sono diventati gli 'eroi'.

Il 12 maggio si celebra la Giornata internazionale degli infermieri, e mai come quest'anno la ricorrenza assume un significato particolare, anche nel ricordo delle tante professioniste e professionisti sanitari che hanno perso la vita in questa battaglia. Nonostante gli scafandri che sono costretti a indossare per sfuggire al pericolo di contagio, non solo curano i pazienti, ma svolgono anche un ruolo speciale sul piano umano, sostenendo malati costretti a stare distanti dai propri cari.

Olimpia Maria Giunti ha 40 anni, da 12 è infermiera nel reparto di Medicina interna dell'ospedale Bufalini. Un reparto che in modo molto rapido si è trasformato in reparto Covid, anche lei è stata chiamata in 'trincea',  e non si è certo tirata indietro.

Come è cambiata la sua vita?

Devo dire che è cambiata molto in fretta, perchè in pochissimo tempo il mio reparto si è trasformato in un reparto 'rosso' cioè deputato ad accogliere i malati Covid acuti. I turni e tutta l'organizzazione del lavoro è stata stravolta. Il senso del dovere ha subito prevalso sulla paura e sul timore di essere contagiati. Dopo mesi però si inizia a sentire la fatica vera, lo stress, il primo pensiero è sempre quello di lavorare in sicurezza.

L'emergenza Covid-19 ha cambiato il rapporto tra infermiere e paziente?

Un paziente Covid è un paziente solo, che non può avere la vicinanza dei propri cari. Ha bisogno non solo dell'assistenza sanitaria, ma anche di un sostegno emotivo. Purtroppo manca il linguaggio non verbale come un sorriso, che non può vedere, o una carezza che non può ricevere.

Quali protezioni deve indossare ogni giorno per proteggersi?

Ogni giorno la vestizione è un rito, siamo praticamente bardati. Indossiamo il camice protettivo, cuffie, guanti, mascherina, occhiali e visiera. E' come stare in una bolla, c'è bisogno di uno sforzo maggiore per fare azioni che sarebbero molto meno faticose. Ovviamente i pazienti fanno una gran fatica a riconoscerci, ma noi siamo l'unico contatto umano che possono avere

Un caso particolarmente toccante a livello umano?

Non riesco a indicarne uno in particolare. La cosa più toccante è quando ci sentiamo impotenti di fronte alla malattia, perchè ancora non c'è una cura che sconfigge il virus. La morte dei pazienti Covid è la cosa che colpisce di più a livello umano. Si può morire in una stanza di ospedale, ma raramente si muore soli

Siete sotto stress da mesi, il momento più difficile di questa emergenza?

Oltre ai turni di lavoro massacranti, la difficoltà principale è stare lontani dalla famiglia. Non si riesce a staccare la spina. Quando sei a casa dopo il turno vorresti stare in ospedale a dare una mano. Il timore di contagiare i familiari è forte, questo ci obbliga ad un isolamento fisico e affettivo che dura ormai da diversi mesi

Cosa pensa dell'appellativo di 'eroi?

Si parla spesso di noi come 'eroi', questo indubbiamente fa piacere. Ma devo dire che attorno alla nostra professione non mancano i luoghi comuni che ci additavano ad esempio come 'fannulloni' prima di questa emergenza. Io penso che questa professione non puoi farla se non hai una preparazione scientifica ma fondamentale è la passione e la propensione ad aiutare gli altri

Vi aspettatate qualcosa come professione, quando l'emergenza sarà finita?

Ci aspettiamo in primis che tutto il lavoro che stanno facendo le figure sanitarie non sia vano. E' facile apprezzare il nostro lavoro ora, spero che quando l'emergenza sarà finita non si spengano i riflettori

La fase più acuta dell'emergenza è davvero alle spalle?

Vedendo i dati dei contagi sembra di sì, questo non solo grazie al lavoro del sistema sanitario ma anche grazie ai sacrifici fatti dagli italiani. Non è però ancora il momento di abbassare la guardia

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