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Lunedì, 6 Febbraio 2023
Cronaca

Il Rotary accende i riflettori sul libro dello scrittore Gigi Riva che parla della cittadina falcidiata dal covid

E sull’altra sponda la testimonianza del dottor Piero Candoli, cesenate, direttore dell’Unità Operativa di Pneumologia dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna, testimone di quella schiera di medici “passati da eroi a farabutti”

Lo sconcerto, la paura, il dolore. Ma anche la speranza e la riscoperta del senso di comunità, perché nessuno si salva da solo e i vaccini, in una corsa a perdifiato che pareva impossibile, hanno armato l’unica barriera contro il virus maledetto. Ha sollevato sentimenti che abbiamo cercato tutti di dimenticare la voce del giornalista scrittore Gigi Riva, editorialista dell’Espresso e a lungo inviato di guerra,  nella presentazione, alla serata conviviale del Rotary di giovedì, del suo libro “Il più crudele dei mesi” riferito a marzo 2020, nel piccolo comune di Nembro (Bergamo), 188 morti su 11.500 abitanti, di cui l’autore - che vive tra Santarcangelo e Roma - è originario.  

E sull’altra sponda la testimonianza del dottor Piero Candoli, cesenate, direttore dell’Unità Operativa di Pneumologia dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna, testimone di quella schiera di medici “passati da eroi a farabutti” nel volgere di pochi mesi sotto i colpi inverosimili dei no vax, che testimonia come la pandemia sia oggi endemia quasi remissiva al confronto con la durezza dell’influenza di quest’anno.  Tornando a Nembro, dove il Covid 19 si è portato via in due mesi più vite di quante non ne abbia divorate la prima guerra mondiale (126), “è - dice l’autore - il paradigma di ciò che è successo in Italia e non solo”. Emerge tra le righe del libro e nelle parole dell’autore un sentimento di vertigine per la scomparsa nel giro di un mese o poco più di tante persone che formavano la comunità di Nembro, epicentro italiano della catastrofe: il presidente della casa di riposo, il presidente degli artiglieri, il presidente del Motoclub che fu campione del mondo, lo storico bibliotecario, l’impiegata dell’anagrafe, l’ostetrica, un dottore, l’ex capo dei vigili urbani, il factotum del cine-teatro, due sacerdoti, l’intellettuale di riferimento, il proprietario dell’unica, leggendaria balera, il pensionato-volontario che faceva attraversare le strisce pedonali agli scolari: “La metà li conoscevo personalmente, molti erano i protagonisti di una ricostruzione del dopoguerra su cui poggia la nostra identità”.

“Non sappiamo se siamo diventati migliori - commenta Gigi Riva - di certo siamo stati migliori”. E racconta i gesti di solidarietà di chi ha continuato a sfornare il pane e ha dormito nella panetteria per non infrangere il lockdown, il prete che distribuiva le uova benedette del produttore che aveva avuto la sfortuna di aprire l’attività a pochi giorni dall’esplosione dei contagi, il novantenne musicista che girava per il paese mostrando come la sua età non fosse necessariamente un fianco prestato al virus, i messaggi quotidiani dal sindaco a tutti gli abitanti. Il virus è ancora tra noi e una sintesi i questa drammatica esperienza comune non c’è, tuttavia qualcosa è cambiato. “Abbiamo ripreso ad avere un rapporto con la morte - dice lo scrittore - in un tempo in cui il rito del commiato si era molto affievolito. Ma ciò che ci ha causato dolore è stata anche l’impossibilità di salutare chi se ne andava che, ricoverato in ospedale, tornava cenere dentro ad un’urna. Abbiamo fatto i conti con le domande vere sulla vita”.

Dal fronte medico Piero Candoli ha raccontato l’ansia e la pressione organizzativa quando da un reparto se n’è trovati tre, della difficoltà a trovare le mascherine, della paura di tornare a casa e contagiare i familiari, dello strazio di dover fare da messaggero tra parenti e ricoverati, separati senza la possibilità di comunicare tra loro. E infine una nota positiva: “Mai avevamo lavorato con tanta coesione tra diversi specialisti. Un’esperienza che ci ha fatto crescere umanamente e professionalmente”.

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