Il Coronavirus ci stravolge la vita, la psicoterapeuta: "Senso di prigionia ma più tempo per riflettere"

Parla la psicoterapeuta che offre un parere su come affrontare, a livello psicologico, ciò che ci sta accadendo

Il coronavirus non sta mettendo in crisi solo l'economia mondiale, ma anche le certezze, i nostri ritmi, i nostri punti di riferimento. Ascoltare il quotidiano bollettino di guerra, sapere che per ora le uniche medicine sono quelle utilizzate mille anni fa: quarantena, isolamento, un metro e mezzo di distanza dagli altri, provoca un inequivocabile disorientamento se non, addirittura, un senso di catastrofe imminente.  
Abbiamo chiesto alla dottoressa Anna Navarra, psicoterapeuta cognitivo comportamentale, con studio a Cesena, un parere su come affrontare, a livello psicologico, ciò che ci sta accadendo.

Dottoressa qual è il sentimento che affiora in questi momenti?

Non parlerei di un sentimento, ma di più sentimenti. Anzi di una specie di confusione mentale dovuta alla perdita di alcuni punti fermi. In molti hanno cambiato concretamente i propri ritmi: figli a casa, scuole chiuse, manifestazioni pubbliche vietate, e già questo, dopo due o tre giorni, diventa destabilizzante. Poi c'è l'effetto notizie. E' la prima volta che viviamo una situazione simile, in cui le scelte prese da medici e politici, sicuramente giustificate, sono particolarmente pesanti perché incidono sulla vita di ognuno. L'abbiamo visto con la corsa al supermercato per fare rifornimento. Eppoi dopo la prima settimana di restrizioni sembrava che la situazione fosse un po' migliorata, ma poi nuovamente un crollo e la decisione di martedì di chiudere le scuole in tutta Italia per la settimana successiva. La sensazione prevalente, quindi, è che la situazione sia molto grave e, soprattutto, stia peggiorando.

A cosa ci costringe questo coronavirus?

Limitandoci nei movimenti ci costringe a ripensare il nostro modo di "stare insieme". Noi che solitamente siamo abituati a fare una vita in continua attività: bar, lavoro, palestra, aperitivi, cinema, teatro, cena con gli amici, ci ritroviamo improvvisamente costretti a una dimensione ridotta. E questo può provocare, all'inizio, un senso di prigionia. Ma se guardiamo l'epidemia da un altro punto di vista possiamo scoprire anche lati positivi. Il coronavirus ci costringe a scegliere, facciamo solo le cose essenziali, quelle necessarie. Siamo costretti a stare più in famiglia, a uscire meno, a scegliere di vedere solo un paio di amici, magari quelli a cui non possiamo rinunciare. Inoltre l'epidemia ci obbliga ad avere più tempo per riflettere e a gestire i tempi vuoti: condizione inedita per molte persone. Queste, secondo me, sono buone occasioni di riflessione. Del resto non è una novità che sono i momenti di crisi a insegnarci un nuovo modo di essere.  

Un virus ai tempi dei social può diventare fobia?

Ovviamente i social amplificano molto il fenomeno che già di per sè è virale... ma le fobie sono un'altra cosa. Purtroppo durante situazioni come quella del coronavirus c'è il rischio che qualcuno sviluppi piccole fobie che possano provocare atteggiamenti estremi, come innervosirsi in pubblico o al lavoro se qualcuno non rispetta le regole, utilizzare comportamenti ossessivi, e arrivare a mettere in campo anche atteggiamenti violenti.  

Qualche consiglio per sopravvivere, a livello psicologico, al coronavirus?

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Innanzitutto consiglio di attenersi alle informazioni delle Regioni o del Ministero. Continuare a fare una vita abbastanza normale, fare attività fisica magari all'aperto, mangiare sano e restare centrati su di sè, vivendo il momento presente senza innescare momenti di ansia per il futuro. 

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