Gli studenti del Liceo “Immacolata” incontrano Barabba

Si chiama Pietro Sarubbi e ha recitato la parte di Barabba nientemeno che in The Passion di Mel Gibson

Mel Gibson glielo aveva detto da subito: «Non guardarlo negli occhi». Ma Sarubbi, l’attore che nel film The Passion del regista statunitense interpreta Barabba, all’epoca non sapeva quale fosse il potere di uno sguardo. Fino a quel momento - «la prima parte della sua vita» - era stato solo abituato a guardare e ad essere guardato: gli occhi puntati su di lui da bambino, quando non poteva essere normale che gli piacesse chiudersi in camera a “fare le voci” coi libri; gli occhi puntati sugli altri da adolescente, così arrabbiato e solo da approfittare di uno sguardo un po’ più duraturo per scatenare la rissa.

Gli occhi: l’arma minacciosa dell’indagine e della provocazione, della diffidenza e dell’incomprensione. Quegli stessi occhi che ora cercano ad uno ad uno gli studenti e gli insegnanti del Liceo “Immacolata” di Cesena, raccolti nel teatro della scuola nella mattinata di mercoledì 28 Marzo per incontrare un uomo prima ancora che un attore. Era stato proprio l’incontro con il palcoscenico a presentarsi come l’occasione della vita per quell’adolescente problematico: finalmente un luogo protetto in cui sentirsi bene, dove convogliare le proprie energie e  passioni. Quello sì era il posto degli sguardi veri: nella penombra della platea tutto e tutti sembravano diventare più sinceri, puri.

E non importava se gli occhi fossero puntati più sul personaggio piuttosto che sulla persona: l’attore vive anche di questo. Ma l’uomo no; ben presto le soddisfazioni e i riconoscimenti sembravano non bastare più. «Gli articoli di giornale appesi alle pareti ingiallivano nel giro di qualche anno e gli spettacoli teatrali sopravvivevano solo nella labile memoria dello spettatore. Ho pensato che il cinema fosse la soluzione: le pellicole restano. Ma neppure lì l’insoddisfazione si placava.» Da lì la decisione di smettere. E così è arrivata la geniale idea di mandare una mail a tutti i registi che avevano vinto un Oscar, per chiedere loro un motivo per cui valesse la pena continuare a recitare. Gli eventi si sono poi susseguiti come il destino ha voluto: dalla mail è arrivata per Sarubbi la possibilità di recitare nel film Il mandolino del capitano Corelli di John Madden e poi la telefonata di Mel Gibson in persona.

A tutto aveva pensato, ma non certo di ritrovarsi a recitare a 43 anni nei panni di Barabba: la grande occasione della sua vita e nemmeno una battuta da pronunciare. «La prima settimana di lavorazione ero ancora l’uomo della mia prima vita: viziato, capriccioso. Ho supplicato il regista di darmi almeno una battuta, perché io valevo e lo volevo dimostrare. Poi la seconda settimana è arrivato sul set Jim Caviezel, Gesù: era un mese che si stava preparando alla sua parte in ritiro spirituale a Medjugorje insieme al regista e ciò che mi colpì da subito fu che non usciva mai dalla parte. Ho pensato che se Gesù fosse davvero esistito – e all’epoca non lo credevo possibile – doveva essere molto simile all’uomo che avevo davanti».

È stato l’orgoglio inizialmente la molla scatenante per Sarubbi: se l’attore più importante del film non usciva mai dalla parte, non si lasciava andare a nessun capriccio ed era riuscito a “essere” Gesù, allora per Barabba doveva essere lo stesso. Sarubbi diventa così il ladrone, in un’immedesimazione senza pause faticosa quanto vera. A scendere le scale del Sinedrio, dopo che la folla decide di liberarlo al posto del Nazareno, non c’è dunque un attore che sta girando, ma un uomo che ha dimenticato le prime parole del suo regista: «Non guardarlo negli occhi». E invece Barabba guarda negli occhi Gesù, ma cosa ancor più importante, Gesù guarda negli occhi Barabba e lo vede: per la prima volta Qualcuno sa che lui è qualcosa di più di un criminale.

È stato quello sguardo a cambiare la vita all’attore milanese che con verità e coraggio parla senza maschera ai giovani studenti in cerca della loro strada: da quel film è iniziato un lungo e difficile percorso di conversione, contro cui ha lottato con tutte le sue forze per più di un anno, una «ferita» - la definisce con voce sicura - «e quando il cuore è ferito, è esposto e tutto ti tocca». Uno studente gli domanda come sia cambiata da allora la sua vita: «Sono diventato un ribelle, ma questa volta vero: adesso non accetto più che qualcun altro decida per me cos’è bello e cos’è brutto, cosa dà la felicità e cosa no. E poi ho imparato a cercare le persone con gli occhi, con quello stesso sguardo d’Amore con cui sono stato guardato io, perché nessuno si salva da solo dalla disperazione».

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