Gli specializzandi in trincea contro il virus: "Non chiamateci eroi, la paura diventa coraggio e amore"

Sono 17 i giovani medici che sono stati chiamati in 'trincea' al Bufalini: "Potevano dire no, nessuno si è tirato indietro"

Una videoconferenza in diretta dal Bufalini, per raccontare la significativa esperienza di 17 giovani medici specializzandi che sono stati coinvolti nella cura di pazienti affetti da Coronavirus nella struttura cesenate.

Pur seguendo un percorso formativo diverso da quello dell’emergenza in corso, come sottolinea Luca Ansaloni, direttore della Chirurgia del Bufalini, "hanno affrontato l'epidemia in trincea, si sono dovuti subito mettere in discussione dal punto di vista professionale, nonostante fossero qui per imparare".

17 giovani specializzandi, alcuni in Chirurgia e altri in Anestesia e Rianimazione, 13 dall'ateneo bolognese, 2 da Napoli e 2 da Messina. "Avevano la possibilità di tornare indietro - sottolinea Vanni Agnoletti, direttore del reparto di Anestesia e Rianimazione - svolgendo la loro fase formativa lontano da Cesena, nessuno è tornato indietro".

"La nostra giornata tipo? Turni da 12 ore, a ciascuno di noi viene affidato uno o anche più pazienti, ci prendiamo cura di malati che hanno bisogno di cure intensive, ci siamo adattati ad una patologia che non conoscevamo".

Il rapporto con i malati? "Quando i pazienti sono svegli e vigili cerchiamo di relazionarci con loro, incoraggiarli, sostenerli, chiedono spesso dei familiari, anche se siamo bardati cerchiamo sempre il rapporto umano". Come spiega il dottor Ansaloni "I chirurghi sono stati utilizzati per fare lo screening dei malati, in un reparto che ospita i pazienti che si sospetta abbiano preso il virus".

"Fondamentale il rapporto umano con i pazienti"

"E' un'esperienza particolare - racconta un giovane specializzando - relazionarsi con giovani e anziani che vivono con terrore le ore in attesa che li separano dal referto. Soprattutto gli anziani vivono questa attesa come qualcosa che gli può cambiare la vita. Per loro la positività può essere una condanna. Ho detto ad una paziente 80enne che era positiva e ha reagito davvero male, il conforto con tutte queste protezioni che indossiamo può essere solo a parole, non si può fare un gesto come una semplice carezza".

"Per loro - spiega il dottor Ansaloni - sicuramente è un'esperienza formativa completamente diversa anche dal punto vista della comunicazione col paziente, assistono malati molto soli, questa è un'ulteriore criticità per i positivi che non possono avere il conforto dei familiari".

Emilia Fontanazza, specializzanda in Anestesia e Rianimazione, originaria di Caltanissetta, si è ritrovata in trincea: "Non ci piace l'appellativo di 'eroi', noi abbiamo fatto e continuiamo a fare semplicemente il nostro dovere. Sicuramente siamo esposti a un rischio infettivo, all'inzio subentra la paura ma poi si trasforma in coraggio e anche amore".

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Con le riaperture è possibile un'ondata di ritorno? "Sì è possibile, ma sicuramente potrà essere un'onda di altezza più bassa, questa è la mia opinione - spiega il dottor Vanni Agnoletti - la situazione attuale in Rianimazione? Ci sono 11 pazienti negativi e 6 positivi, tre sono relativamente giovani. Ma la situazione è in miglioramento, per noi il fuoco si sta spegnendo".

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