La signora del ricamo italiano è di Cesena: "Campare con questa tradizione? Oggi è impossibile"

Nel regno in cui prevalgono ago, filo e tanta creatività, lei è una vera leggenda. Da molti è conosciuta addirittura come "Donna Lucrezia"

La signora del ricamo italiano si chiama Liliana Babbi Cappelletti ed è di Cesena. Nel regno in cui prevalgono ago, filo e tanta creatività, lei è una vera leggenda. Da molti è conosciuta addirittura come "Donna Lucrezia", il primo sito commerciale di ricamo (Lilly è stata innovatrice anche in questo) registrato a fine anni Ottanta e ispirato dallo pseudonimo con cui scriveva sul settimanale Rakam. "Tenevo rubriche, rispondevo alle lettrici che chiedevano informazioni su un punto nuovo o su un disegno e mi occupavo di servizi fotografici - racconta Lilly che proprio lo scorso fine settimana con le sue numerose pubblicazioni ha partecipato alla fiera cesenate "In principio era il filo" - Ho pubblicato oltre una ventina di libri, quasi tutti con Rusconi Editori. Alcune edizioni me le richiedono ancora anche se sono esaurite". 

Quando ha iniziato a ricamare?
Una volta ci davano l'ago in mano più o meno a 4 o 5 anni. Ci mandavano dalle suore della Carità a imparare. Più che un piacere era un obbligo. Addirittura era scritto nella dote se una donna era brava a ricamare oppure no. Poi è venuto il Sessantotto e le donne si sono giustamente ribellate. Hanno iniziato a non fare più quello che da sempre erano state obbligate a fare: le bravi moglie, i lavori di casa, cucinare, il ricamo. Poi c'è stato il post Sessantotto, dove le donne hanno capito che alcune cose erano comunque hobby, passioni, parte della nostra cultura. E quindi si è tornato anche a ricamare con un altro spirito. Pensi che prima della Rivoluzione Industriale a ricamare ci pensavano gli uomini. Era un lavoro molto redditizio perché i committenti erano o gli alti prelati o i nobili. Facevano addirittura delle leggi per lasciare le donne fuori da questa corporazione ed erano gli artisti stessi a fare i disegni per i ricamatori. Poi dopo l'apertura delle fabbriche, gli uomini sono andati alla catena di montaggio e alle donne è stato affidato il ricamo. 

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Il ricamo è ancora attuale?
Come hobby moltissimo. E' diventata addirittura un'attività terapeutica, aiuta a curare i malati di mente. 

Ma può essere una professione?
No. Molte donne lo fanno nel privato delle loro case ma è difficilissimo campare col ricamo. Oggi con i macchinari vengono proposte moltissime varietà di ornature a prezzi competitivi, mentre il ricamo, se dovesse essere retribuito equamente, è carissimo. Una tovaglia potrebbe costare anche duemila euro. E al giorno d'oggi chi la compra? E poi chi ha il coraggio di lavarla in lavatrice e poi metterla nell'asciugatrice? Nessuno. Così il ricamo è diventato un hobby.

Chi ricama al giorno d'oggi?
Anche le ragazze giovani per ricamarsi i jeans o marcare la propria biancheria intima con le cifre, che sono sempre molto in, oppure decorare un maglione. E' ovvio che è anche cambiato il modo di ricamare. Non va più il punto croce, vanno le lettere imbottite, i monogrammi. Vanno i punti semplici e i disegni puliti. Ogni punto che una volta veniva fatto micro oggi viene fatto macro. 

A chi lo consiglierebbe?
A tutti, uomini e donne, giovani e anziani. Ricamare è creativo e aiuta ad aumentare la pazienza, che nella vita serve sempre. Come tutte le arti o i lavori artigiani modella anche il nostro carattere, ci insegna e ci migliora.   

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