Da informatico ai giornali più prestigiosi, la storia del fotografo cesenate: "I miei servizi in giro per il mondo"

La storia del cesenate Filippo Venturi, ex informatico, fotografo e documentarista di professione che pubblica i suoi lavori su giornali e riviste più belle e prestigiose di tutto il mondo

"Esercitarsi sempre e non passare mai un giorno senza una linea" Quando Filippo Venturi insegna ai partecipanti dei corsi di fotografia e reportage spiega sempre l'importanza delle parole che Plinio il Vecchio scrisse riferendosi al pittore Apelle. Praticamente li esorta a esercitarsi ogni giorno e, soprattutto, a praticare la perseveranza. E non è un consiglio da sottovalutare nel mondo dell'arte dove, erroneamente, spesso si dà più attenzione alla genialità che all'esercizio. Ma Filippo Venturi, cesenate che da 4 anni vive a Forlì, ex informatico, fotografo e documentarista di professione che pubblica i suoi lavori su giornali e riviste più belle e prestigiose di tutto il mondo (The Washington Post, Newsweek, Financial Times, Der Spiegel, Die Zeit, Vanity Fair, Internazionale, La Stampa, Geo...), sa di cosa parla, anche perché lui talento e creatività li ha naturalmente ma i rapporti e i contatti li ha dovuti pazientemente costruire, giorno dopo giorno, ricevendo all'inizio anche tante porte in faccia. Oltre agli impegni locali e ai servizi che lo portano all'estero, Venturi da due anni partecipa anche al progetto Europeo "Ide, Reconstruction of Identities"  che coinvolge realtà fotografiche che si trovano in 4 Paesi: Italia, Danimarca, Spagna e Paesi Bassi. Per l'Italia è stato scelto il "SI Fest", Festival di fotografia di Savignano sul Rubicone, rappresentato per l'appunto dal fotografo cesenate che attualmente sta esponendo ad Amsterdam. A settembre, invece, si presenterà l'occasione per apprezzare il progetto europeo nel suo complesso proprio nella cittadina romagnola, all'interno del SI Fest, quando verranno esposti tutti i lavori dei fotografi coinvolti.

Filippo com'è nata la sua passione per la foto?

Un po' per caso. A 28 anni circa lavoravo come informatico ma avevo perso un po' la passione per la mia professione e così, guardando una foto che mi affascinava, mi sono detto chissà se riesco anch'io a farne una così. Mi sono comprato una Canon, non una macchina da professionista, e durante una vacanza ho iniziato a fotografare. Mi è piaciuto molto anche se  contemporaneamente mi sono reso conto che non ero capace di sfruttare al meglio lo strumento e così, tornato dalla vacanza, mi sono iscritto a un corso di fotografia di sei mesi. E poi un altro ancora e così via. In pratica ho iniziato a studiare e a esercitarmi quotidianamente anche sul territorio. Facevo servizi per eventi che si svolgevano in Romagna o cose del genere. Il primo servizio che sono riuscito a vendere è stato un lavoro sulla camera della rabbia, un luogo che si trovava a Forlì dove con una mazza da baseball si poteva spaccare tutto. Dopo tanti no o disinteresse mi è arrivato il primo sì. Il servizio è stato pubblicato su "Io Donna", poi sull'Washington Post e altri giornali. Da lì a poco ho iniziato ad andare all'estero per fare foto e reportage ed è arrivato il servizio in Corea del Sud, poi in Corea del Nord, in Kazakistan... I giornali me li compravano e io ho iniziato a farne la mia professione.

Quindi ha insistito, non si arreso al terzo no?

Assolutamente no. Dopo un anno di mail, telefonate, ricerche, devo dire la verità mi sentivo anche un po' frustrato, ma non ho mai mollato. Quando la situazione si è sbloccata è stato bellissimo. Per questo dico sempre che chi ha un sogno deve perseguirlo con tenacia.

E ora?

Tutte quelle mail e quelle telefonate mi sono servite a stabilire utili contatti e a conoscere persone a cui, ancor oggi, propongo con successo i miei lavori. Così adesso capita che, sapendo il tipo di lavoro che faccio, siano loro a chiamarmi per darmi delle commissioni oppure, su mia proposta, acquistino i servizi già realizzati.  

Anche il Covid è stato un momento creativo per lei...

Quando mi è saltato il viaggio in Cina che avevo programmato proprio per febbraio 2020 ho temuto il blocco del fotografo. Poi è arrivato il lockdown anche qui da noi e ho iniziato a pensare come raccontare questo stranissimo periodo. Il primo lavoro si è incentrato sui fattorini che facevano consegne a casa, i riders. In una settimana ho fatto una quarantina di ordini a domicilio e quando arrivavano li intervistavo e li fotografavo. Questo lavoro è uscito sul quotidiano britannico The Guardian e su Il Sole 24 ore. Poi è nato "In tempo di pericolo" ("In Time of peril") incentrato su mio figlio Ulisse. Mentre eravamo in lockdown a casa si è messo a giocare con una torcia dalla luce rossa, e mi ha ispirato l'idea dell'allarme, della zona rossa in cui ci trovavamo tutti. Insieme a lui ho raccontato la sua quotidianità, come mio figlio ha affrontato la sua nuova realtà. Un altro lavoro realizzato ha avuto come protagonisti i teatri (il Regio di Parma, il Rasi di Ravenna, Rimini e Modena). Spazi vuoti durante il Covid, in stato di attesa. Il lavoro è uscito su Venerdì di Repubblica. Poi ho iniziato a fotografare i miei vicini di casa, tutti quelli che vedevo sul terrazzo, nei giardini, alla finestra, per testimoniare, anche in questo caso, la vita quotidiana ai tempi del Covid. Questo lavoro, invece, è uscito Marieclaire Corea e su "The Cat" di New York. Poi ho documentato la riapertura del teatro di Ancona dov'è andato in scena uno spettacolo molto particolare, praticamente una riflessione sul mondo senza teatro, un mondo distopico. Dovrebbe uscire anche questo su Marieclaire Corea. L'ultimo lavoro che non ha trovato ancora un esito internazionale è quello che ho realizzato sull'Hotel Coronavirus a Forlì, quello vicino all'aeroporto, dove venivano ospitato i malati in quarantena. Stando a 3 o 4 metri di distanza ho fotografato e intervistato gli ospiti.

Che lavori ci saranno esposti a Savignano, a settembre?

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Al SI Fest verranno esposti due lavori realizzati da me, uno a Copenhagen (24 foto) e l'altro a Savignano (13 foto). Quello girato in Danimarca parla, con un po' di ironia, dei candidati politici e della loro identità trasformata dai cittadini con disegni sui manifesti politici. Quando l'ho realizzato, infatti, c'erano le elezioni amministrative. L'altro, a Savignano, racconta l'identità vista dalle donne nigeriane arrivate, per vie diverse, in Romagna. 

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