Covid, aprile 'nero' con l'impennata di decessi, mortalità in aumento del 40% a Cesena

In città si sono sviluppati 'focolai' di Covid-19 in alcune strutture per anziani, che hanno purtroppo causato un'impennata di morti

A Cesena la mortalità è aumentata del 40%, si sentono gli effetti del Covid-19, l'epidemia che ha colpito anche più duramente altri territori in Italia e in Emilia Romagna. E' quanto emerge dai dati aggiornati dell'anagrafe del Comune. 225,9 è il numero medio di morti (fra residenti e non residenti) a Cesena dal 2015 al 2019, l'arco di tempo preso in considerazione è quello che va dal 14 marzo al 30 aprile. Nello stesso periodo di quest'anno si sono contati invece 317 decessi di cui 52 causati dal Covid. L'aumento della mortalità è appunto del 40%, con 91 decessi in più, la prima vittima del Covid-19 in città si è registrata lo scorso 14 marzo.

Ad incidere pesantemente sui dati è l'aprile 'nero' dal punto di vista dei morti. In città si sono sviluppati 'focolai'  in alcune strutture per anziani, che hanno purtroppo causato un'impennata di morti. Il bilancio più pesante è senza dubbio quello della "Maria Fantini" e del "Don Baronio". Oltre la metà delle morti cesenati, causate dal Coronavirus, si sono registrate nelle Rsa.

Forlì-Cesena tra le province “ad alta diffusione”

Un'analisi nazionale dell'Istat e dell'Iss (Istituto superiore di sanità) ha suddiviso le province italiane  per diffusione del virus. Quella di Forlì-Cesena si trova nella 'serie A' di questa classifica, vale a dire nella tabella delle 37 province “ad alta diffusione”, anche se abbastanza in fondo. Forlì-Cesena è infatti al 32° posto per livello di contagio. Probabilmente il nostro territorio è stato salvato dall'impennata più drammatica dei casi grazie al lockdown.

Il confronto in Romagna

In Romagna appare evidente che il primo e più consistente focolaio è stato quello che ha riguardato un'area che comprende la parte sud della provincia di Rimini, la parte nord di quella di Pesaro-Urbino e la Repubblica di San Marino. Pesaro-Urbino ha visto crescere i decessi del 120%, mentre la provincia di Rimini nell'analisi dell'Istat e dell'Iss ha avuto un incremento del 68,2% del suo tasso di mortalità, solo per quanto riguarda i dati riferiti al marzo scorso, cioè la ventesima provincia più colpita a livello nazionale. Secondo la stessa classifica Forlì-Cesena ha avuto un aumento della mortalità del 24,6%. Meglio sono andate le vicine province di Ravenna (+14% di mortalità) e Ferrara (+3%), entrambe inserite dallo studio di Istat e Iss nella "serie B" delle province “a media diffusione”. Bene anche Bologna, con l'aumento di mortalità attestato al +20%.

Il rapporto sulla mortalità reale da Covid in Italia

Il Rapporto nazionale è stato prodotto congiuntamente dall’Istituto nazionale di statistica (Istat) e dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss). L’obiettivo era quello di fornire una lettura integrata dei dati di diffusione dell’epidemia di Covid-19 andando a confrontarli coi dati di mortalità totale acquisiti e validati dall'Istat. Il sistema di sorveglianza raccoglie dati individuali dei soggetti positivi al Covid-19, in particolare le informazioni anagrafiche, i dati su domicilio e residenza, alcune informazioni di laboratorio e altre sul ricovero e stato clinico (indicatore sintetico di gravità della sintomatologia), sulla presenza di alcuni fattori di rischio (patologie croniche di base) e l’esito finale (guarito o deceduto). Per quanto riguarda i decessi, però, si è trovata in molte province del nord una forte diversità tra i decessi registrati all'anagrafe.

In particolare, dal rapporto Istat-Iss la diffusione geografica dell’epidemia di Covid-19 si presenta eterogenea: è stata molto contenuta nelle regioni del Sud e nelle Isole, mediamente più elevata in quelle del centro rispetto al Mezzogiorno e molto elevata nelle regioni del Nord. Nonostante il calo dei contagi dovuto alle misure di “distanziamento sociale” intraprese dai primi giorni di marzo, le curve nazionali dei casi diagnosticati e dei decessi hanno iniziato a decrescere solo negli ultimi giorni di marzo.

Il morbo colpisce in ugual misura donne e uomini. In Italia il 52,7% dei casi (104.861) è di sesso femminile. L’età mediana è di 62 anni (range 0-100), ma la letalità è più elevata in soggetti di sesso maschile in tutte le fasce di età significative. Nel 34,7% dei casi segnalati viene riportata almeno una patologia cronica presente (una tra patologie cardiovascolari, patologie respiratorie, diabete, deficit immunitari, patologie metaboliche, patologie oncologiche, obesità, patologie renali o altre patologie croniche). Considerando il mese di marzo, si osserva a livello medio nazionale una crescita del 49,4% dei decessi per il complesso delle cause. Se si assume come riferimento il periodo che va dal primo decesso Covid-19 riportato al Sistema di Sorveglianza integrata (20 febbraio) fino al 31 marzo, i decessi passano da 65.592 (media periodo 2015-2019) a 90.946, nel 2020. La differenza dei decessi è di 25.354 unità, di questi il 54% è costituito dai morti diagnosticati Covid-19 (13.710). 

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