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Cronaca

Il cold case di Cristina, l'avvocata: "Partendo da Boke avevamo lanciato un appello, tante donne stanno denunciando violenze"

Dietro alla riapertura del caso di Cristina Golinucci c'è il grande lavoro svolto dall'avvocato Barbara Iannuccelli dell'associazione Penelope che ha preso a cuore la vicenda di Marisa Degli Angeli

Dietro alla riapertura del caso di Cristina Golinucci c'è il grande lavoro svolto dall'avvocata Barbara Iannuccelli dell'associazione Penelope che ha preso a cuore la vicenda di Marisa Degli Angeli ed è andata a ristudiare tutti gli atti fino a trovare alcuni buchi e criticità che le hanno permesso di chiedere una nuova riapertura dell'indagine.

Quali sono stati i passi fondamentali, avvocata?

Nell'aprile del 2022 abbiamo presentato l'istanza di riapertura perchè secondo noi, nel caso di Cristina, prima di tutto mancava il collegamento con il caso di Chiara Bolognesi, l'altra ragazza scomparsa a Cesena e trovata morta nel Savio un mese dopo la scomparsa di Cristina. In più rileggendo gli atti siamo riusciti a frantumare l'alibi di Emanuel Boke, il nigeriano che era ospitato in quei mesi nel convento dei Cappuccini di Cesena e che padre Lino ha sempre detto di aver guardato a vista, creandogli un alibi.

Come avete fatto?

Ho riascoltato un colloquio registrato tra padre Lino e Boke, a quel tempo in carcere per un'altra violenza. Mi sono accorta che la trascrizione non era mai avvenuta, o meglio non era stata fatta da un perito ma da un uomo delle forze dell'ordine. E così ho chiamato il professore Giampiero Benedetti, uno dei periti fonici più esperti, per intenderci è stato il perito della Strage di Bologna, che ha preso a cuore il caso e si è prestato per lavorare insieme a noi. Dopo aver ripulito il nastro si sentono perfettamente le parole che si dicono padre Lino e Boke. Il religioso afferma che quel giorno lì Boke non era in convento. Boke quindi, quel pomeriggio, avrebbe potuto intercettare Cristina nel piazzale, appartarsi con la forza con lei e violentarla. Così come avrebbe potuto fare con Chiara esattamente un mese dopo. Mi sono sentita male quando ho sentito la nuova versione, perché ho pensato che se avessero capito subito quanto detto, con Boke ancora in carcere, avrebbero potuto indagare meglio, metterlo alle strette, mettere in relazione il caso di Chiara. Un'occasione persa. Comunque, a quel punto siamo andati avanti. Con questa nuova trascrizione siamo andati in Procura a Forlì e abbiamo ricevuto l'attenzione del pm Laura Brunelli e il viceprocuratore Cameli che ci hanno permesso di trasformare il vecchio nastro in un audio per essere riascoltato con i nuovi mezzi.

E poi cos'è accaduto?

Pensando a Boke come ipotetico violentatore, abbiamo lanciato degli appelli che invitavano a parlare eventuali altre donne, in passato vittime di violenza, che non avevano mai denunciato i fatti. E in questi mesi, con nostra sorpresa, sono emerse parecchie donne che, anche a distanza di anni, sono state molestate o violentate, senza fare denuncia. Così la Procura ha iniziato a raccogliere testimonianze e a pensare anche all'ipotesi che il maniaco non fosse Boke ma uno del posto, uno che potesse aver conosciuto sia Cristina che Chiara e che magari frequentasse gli ambienti frequentati dalle ragazze. Adesso stanno indagando in questo ambito.

C'è stata un'accelerazione in questi ultimi giorni?

Sì, stanno sentendo moltissime persone, soprattutto donne che stanno denunciando violenze di molti anni fa. La Procura sta restringendo sempre più il cerchio ipotizzando che dietro questi atti ci sia un'unica mano. In più quando avremo gli esiti della riesumazione del corpo di Chiara potremmo fare un ulteriore passo avanti.

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