Carcere, calano i detenuti, ma la situazione è ancora critica

Il numero dei detenuti negli istituti penitenziari dell'Emilia-Romagna è diminuito negli ultimi 12 mesi di oltre 500 unità, passando da 4.000 a 3.469 (al 31 dicembre scorso

Il numero dei detenuti negli istituti penitenziari dell'Emilia-Romagna è diminuito negli ultimi 12 mesi di oltre 500 unità, passando da 4.000 a 3.469 (al 31 dicembre scorso), con un calo del 13,3%. Rimane comunque un grave problema di sovraffollamento, dal momento che la capienza regolamentare è ferma a 2.464 posti complessivi (solo 11 posti letto in più in un anno). Sono solo alcuni dei numeri diffusi oggi durante il convegno "Spazio e dignità", promosso dalla Garante regionale delle persone private della libertà personale, Desi Bruno , e svoltosi nella Sala polivalente ‘Guido Fanti’ dell'Assemblea legislativa dell'Emilia-Romagna.

"Il calo dei detenuti- precisa Bruno- è però dovuto principalmente ai trasferimenti forzati a causa del terremoto di maggio, che riguardano soprattutto Ferrara e Bologna, dove comunque il numero dei ristretti è ancora più che doppio rispetto alla capienza". Dati alla mano, la legge 199/2010, che concede la domiciliazione della pena in particolari condizioni, ha avuto in Emilia-Romagna minor successo rispetto alle altre regioni italiane: infatti, dalla sua introduzione al 31 dicembre 2012, hanno usufruito del cosiddetto provvedimento "svuota-carceri" 272 detenuti, di cui 129 stranieri (142 un anno prima), quando in Toscana ne hanno beneficiato 785 persone su 4.148 ristretti, in Liguria 266 su 1.819, in Veneto 574 su 3.250, in Abruzzo 372 su 1.894. In Emilia-Romagna le detenute sono 136, i ristretti stranieri 1.776, pari al 51,2% del totale. Nelle strutture da Rimini a Piacenza i carcerati imputati ma non ancora condannati in via definitiva sono 1.390 (40%), di cui 628 (il 18% del totale) ancora in attesa del primo giudizio: in questa particolare categoria, ben 415 sono stranieri, con una percentuale del 66%.

Tra i 1.873 condannati in via definitiva, la pena più frequente è tra i 5 e i 10 anni (415 persone, 22%), seguita da quella tra i 3 e i 5 anni (382 casi); a fronte di 108 ergastolani e 97 condannati a più di 20 anni, 159 detenuti devono scontare meno di 365 giorni di reclusione. Se si considerano invece le pene residue, sono ben 575 detenuti, il 30,7% dei condannati in via definitiva, a cui resta meno di un anno da trascorrere in una casa circondariale, rispetto ai 404 ristretti a cui spettano da un minimo di 5 anni di pena fino al carcere a vita. Il convegno è stata l’occasione per fare il punto della situazione sulle possibili soluzioni al problema del sovraffollamento delle carceri. La Garante, Desi Bruno, ha sottolineato l’importanza della “sacrosanta battaglia per l’amnistia di fronte alle condizioni disumane in cui versa il carcere italiano”, così come di un “diverso uso della misura cautelare”, ma ha ricordato come “il punto di partenza deve essere la riforma del codice penale”. Per Giovanni Battista Durante, segretario regionale del Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, invece, “non si può pensare di risolvere il problema con amnistie e indulti, perché si rischia di creare una sensazione di impunità generalizzata”; la strada da percorrere è quella delle “misure alternative, sempre però pensando anche alla sicurezza di chi è fuori”. Secondo il Gip del Tribunale di Bologna, Letizio Magliaro, l’amnistia, “soluzione migliore dell’indulto perché lascia al legislatore libertà di scelta”, è un “provvedimento necessario per ripristinare immediatamente i diritti”, ma è necessario anche pensare a “provvedimenti legislativi e amministrativi sulle misure cautelari e alternativi”, oltre a un sistema che si basi “sul rinvio obbligatorio della pena in caso di mancanza di posti disponibili”. Per il procuratore aggiunto di Bologna, Valter Giovannini, non sono soluzioni né l’amnistia e l’indulto, “vere sconfitte per lo Stato”, né la depenalizzazione, “che non andrebbe a influire in maniera significativa sulla popolazione carceraria”. E nemmeno “l’uso di misure alternative, che è sicuramente una strada da percorrere ma non la panacea di ogni male”, mentre bisognerebbe insistere “su una riforma del sistema penale, perché analizzando i dati della popolazione carceraria ormai è evidente che non possiamo permetterci tre gradi di giudizio”.

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Il professore di Diritto penale dell’Università di Bologna, Massimo Pavarini, ha sottolineato come “i provvedimenti clemenziali secchi non possano essere un criterio ordinatorio per le gestione della popolazione carceraria, compito in cui può riuscire solo una riforma strutturale del sistema penale”. Secondo il membro dell’Ufficio di presidenza dell’Unione camere penali, Manuela Deorsola, la via giusta è “quella della depenalizzazione e del ricorso alle misure alternative", mentre per Ornella Favero, direttrice della rivista del carcere di Padova “Ristretti orizzonti”, è “l’amnistia il punto di partenza necessario almeno per far rientrare, paradossalmente, il sistema carceri nella legalità”.

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