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Caporalato negli allevamenti, i lavoratori sfruttati pagavano l'affitto anche del materasso in terra

Un'altra operazione, questa volta dei carabinieri della compagnia di Cesena ha scoperchiato un sistema di sfruttamento del lavoro

La Romagna si conferma terra ormai consolidata di caporalato nell'agricoltura e negli allevamenti. Un'altra operazione, questa volta dei carabinieri della compagnia di Cesena assieme ai militari del nucleo Ispettorato del Lavoro di Forlì, ha scoperchiato un sistema di sfruttamento del lavoro e di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina che si ramificava tra il Cesenate, il Forlivese e il Ravennate. Ancora una volta il sistema degli “appalti all'esterno”, commissionati dalle grandi aziende a cooperative formalmente in regola gestite da stranieri , ma che di fatto campavano sullo sfruttamento dei loro connazionali, si è rivelato l' “anello debole” della catena dove si annidavano   sfruttamento, mancanza di controlli, precarie condizioni igieniche e mancato rispetto delle normative di sicurezza.

I militari cesenati, comandati da Fabio Di Benedetto, hanno sviluppato un'indagine da novembre 2017 a febbraio 2018 sul campo, per poi eseguire ulteriori riscontri di tipo documentale nei mesi successivi. In quel periodo i carabinieri hanno effettuato una serie di accessi, giungendo anche a cinturare gli allevamenti avicoli per impedire la fuga dei lavoratori irregolari durante il controllo, alcuni dei quali si nascondevano nelle cantine per tentare di sottrarsi all'accertamento. Le strutture controllate, tutte dedicate all'allevamento di capi avicoli, erano a Verghereto e Macerone nel Cesenate, a Predappio e Santa Sofia nel Forlivese e a San Zaccaria nel comune di Ravenna. Era in questi posti che operava una coppia di marocchini, uno di 36 anni, residente nella provincia di Verona e titolare di due cooperative di reclutamento di forza lavoro per l'agricoltura, che presentava formalmente tutte le carte in regola, ed uno di 33 anni, quello che i lavoratori sfruttati definivano il “capo”, richiamando così anche nella terminologia quel “caporale” che poi dà il nome stesso al fenomeno. Le accuse vanno dall'intermediazione illecita di servizi di lavoro e di favoreggiamento e sfuttamento di manodopera clandestina.

Era il “capo” in particolare, che li pagava, che commissionava il lavoro a volte la notte stessa con poche ore di avviso, che li alloggiava in case in cui erano stipati in 13 con un solo bagno e i materassi in terra. Per tenerli soggiogati, secondo le indagini curate dal comandante del nucleo operativo Fabio Armetta, il “capo” dilazionava parte dello stipendio del mese, così che se avessero denunciato avrebbero perso il compenso per il lavoro già eseguito. Compenso che per circa i venti marocchini identificati come lavoratori sfruttati, circa la metà in regola in Italia e l'altra metà clandestina, era fondamentale per vivere, tanto che alcuni di loro si sono presentati dai carabinieri per chiedere che gli arrestati almeno pagassero i compensi per l'attività già svolta. Quanto rimaneva in tasca alla fine del mese? Circa 300-250 euro, sia perché il lavoro era intermittente, a seconda delle necessità del committente, sia perché il lavoratore si doveva pagare l'alloggio (100-150 euro a posto letto, anche se il posto letto era un materasso buttato in terra), sia perché infine erano a pagamento anche i viaggi in pulmino per raggiungere il posto di lavoro, 2 euro a viaggio. I carabinieri hanno riscontrato che proprio questi “servizi a pagamento” erano fonte di grande lucro per la banda. L'affitto per le due abitazioni controllate, a Ranchio di Sarsina e poi a Meldola, era infatti 4-5 volte inferiore rispetto a quanto i due arrestati avrebbero guadagnato raccogliendo le quote di subaffitto.

Tutto questo si traduceva in una vita ai margini, per chi era clandestino soprattutto, soggiorni in case  in precarie condizioni igieniche e lavoro spesso e volentieri senza i dispositivi di sicurezza. Chi osava protestare perché la paga era troppo bassa, veniva allontanato dall'oggi al domani. Sentiti dai carabinieri anche alcuni lavoratori hanno confermato il quadro che è  poi culminato nei due arresti per effetto di un ordine di custodia cautelare (pm Sara Posa). L'inchiesta non si è estesa alle grandi aziende committenti in quanto è stato riscontrato che le cooperative venivano reclutate in quanto apparivano in regola e pure i prezzi di fornitura praticati non erano eccessivamente bassi rispetto alla media. Ma secondo le indagini questo sistema per gli sfruttatori era tutta manna dal cielo: pur avendo le risorse per pagare il dovuto ai lavoratori, circa 10-11 euro l'ora, questi alla fine prendevano 6 euro.

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