Blue Whale, bloccati tre casi di "gioco di morte": ragazza finita in un gruppo con gli aguzzini russi

In totale la Squadra Mobile, guidata da Mario Paternoster, ha lavorato su circa una decina di giovani del territorio di Forlì-Cesena

La Questura di Forlì-Cesena è al lavoro senza tralasciare alcuna segnalazione sul fenomeno della “Blue Whale”,  il “gioco di morte” la cui conoscenza si sta diffondendo attraverso i social network tra gli adolescenti. Con l'ipotesi di reato di istigazione al suicidio, la Procura della Repubblica di Forlì (pm Messina), tramite la Squadra Mobile, ha analizzato tutta una serie di situazione segnalate da scuole e famiglie nel territorio provinciale ed è riuscita a risolvere la situazione più grave, quella di un'adolescente del territorio cesenate, descritta come molto introversa, che questo scellerato gioco lo aveva preso sul serio, entrando in un gruppo chiuso su un social network russo che instrada i giovani verso questo iter di morte che culmina appunto col suicidio. 

L'AZIONE DECISIVA DELLE SCUOLE - In totale la Squadra Mobile, guidata da Mario Paternoster, ha lavorato su circa una decina di giovani del territorio di Forlì-Cesena e altre segnalazioni sono al vaglio, dimostrando che l'asse tra istituzione scolastica e forze dell'ordine è efficace come rete di monitoraggio e di repressione di questo fenomeno. Dalla fine del mese di maggio, in particolare, sono giunte alla Questura, diretta dal questore Loretta Bignardi, diverse segnlazioni di genitori che nutrivano dubbi perché ad esempio avevano sorpreso i proprio figli svegli di notte e hanno notato delle incisioni sulle loro braccia. Le segnalazioni più circostanziate sono però giunte da due scuole medie del Cesenate che hanno fatto scattare delle celeri indagini che hanno portato a sentire 5 giovani tra gli 11 e i 13 anni, in modalità protetta alla Procura della Repubblica di Forlì, con l'ausilio di psicologi. Si tratta, in ugual misura di maschi e femmine, italiani e di origine straniera, vivaci ed introversi: per cui è bene che ogni famiglia tenga alta la guardia. I social network utilizzati sono diversi, da Facebook ad Instagram, da Telegram e Pinterest fino a YouTube in particolare per raggiungere video esplicativi. Ha colpito le forze dell'ordine la facilità e la grossa mole di dati scaricati da questi giovani sull'argomento 'Blue Whale'.

COS'E' LA "BLUE WHALE" - Il caso più consistente si è verificato in una scuola media del comprensorio cesenate dove in una classe un gruppo di giovani aveva intrapreso il gioco, con livello di impegno diverso. Il “Blue Whale”, letteralmente la “Balena blu” - il simbolo di questa sorta di rituale che sta a cavallo tra i più primitivi riti di iniziazione e le più moderne tecnologie che entrano tutti i giorni nelle nostre case – è una procedura in 50 punti che l' “adepto” deve svolgere pedissequamente sotto il controllo di un “tutore”, nascosto da qualche parte schermato nelle parti più remote del Web. La procedura sembra studiata per innalzare la soglia del dolore e come rituale di avvicinamento alla morte e all'odio di sé stessi, attraverso autolesionismo crescente, privazione del sonno, visione di scene raccapriccianti e immagini psichedeliche. Un “gioco”, se così si può chiamare, divertente solo per la mente perversa che lo ha ideato e non sicuramente per le giovani vittime, che in verità finiscono loro malgrado solo in una trappola ben architettata e anzi non devono avere remore a denunciare il tentativo di violare l'adolescenza loro e dei loro coetanei. L'epicentro del fenomeno, dove si nascondono i “supervisori” è la Russia. In questo paese si contano oltre 150 suicidi riferibili a questa pratica.

LA BLUE WHALE SI DIFFONDEVA IN UNA CLASSE - Convocati negli uffici di polizia, i giovani del Cesenate hanno negato la pratica (come indica una delle regole del gioco in caso di contatto con le forze dell'ordine), ma smascherarli è stato piuttosto semplice: nei loro cellulari sequestrati sono state trovate tracce di chat e di immagini eloquenti, ritraenti principalmente tagli inferti con lamette di temperamatite e cicatrici riportanti il codice tipico di questo “gioco” (F57). A quel punto questi adolescenti hanno ammesso la loro partecipazione, spiegando però di averlo fatto da autodidatti, senza cioè la supervisione di un tutore e senza l'intenzione di giungere fino all'epilogo finale, ma per mettersi alla prova auto-infliggendosi dolore. Va detto, però, che dopo l'azione della polizia  hanno anche sostenuto di sentirsi liberati da un peso che iniziava a condizionarli pesantemente (un'altra regola è che una volta scoperti il gioco va interrotto). Diverso, all'interno di questo gruppo, è il caso di un'adolescente dell'Est Europa che già da febbraio si era iscritta ad un social network russo e che era stata accettata in un gruppo chiuso, quindi a contatto con i “tutor”, il tutto prima che un servizio delle Iene abbia fatto conoscere il fenomeno al largo pubblico italiano. La giovane, particolarmente ombrosa negli ultimi tempi, si era anch'ella ripetutamente ferita. Per risalire ad eventuali istigatori la Polizia sta svolgendo accurate indagini di tipo informatico, sui supporti tecnologici sequestrati.

EMULAZIONE E BULLISMO - Una seconda segnalazione importante riguarda un ragazzino di 12 anni, scoperto con l'incisione 'F57' sulla pelle. Il giovane ha postato l'immagine nella chat di gruppo dei compagni di classe e proprio questo ha destato allarme della scuola, un'altra scuola media del Cesenate, così da far scattare l'intervento tempestivo delle forze dell'ordine. Il giovane in questo caso ha subito spiegato di aver fatto un atto emulativo per fare scalpore, ma senza alcuna intenzione di praticare il “gioco”. Un ultimo caso riguarda un 13enne, che con uno scherzo di cattivo gusto ha sfruttato il tema, che nelle scuole è oggetto di dibattito, generando dell'allarmismo. Da un'utenza telefonica sconosciuta, infatti, ha inviato messaggi che invitavano a partecipare al gioco ed anzi paventavano ritorsioni se questo non fosse avvenuto. Il giovane è stato presto identificato e denunciato dalla Procura dei Minori per il reato di minacce. In tutti i casi, inoltre, non sono stati trovati elementi che possano far ritenere che esistano in Italia dei potenziali “tutor”.

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