Ausl unica, anche la Uil protesta: "Sfugge perché in Romagna e non anche altrove"

Anche la Uil, dalla sua segreteria regionale, si mostra scettica sull'Ausl unica di Romagna. Scrive in una nota: "Che la Regione Emilia Romagna bbia abdicato al proprio ruolo di innovazione e di coordinamento delle politiche sanitarie "

Anche la Uil, dalla sua segreteria regionale, si mostra scettica sull'Ausl unica di Romagna. Scrive in una nota: “Che la Regione Emilia Romagna bbia abdicato al proprio ruolo di innovazione e di coordinamento delle politiche sanitarie è dimostrato dalle scelte incomprensibili e differenziate in ordine alla programmazione e alla gestione della sanità. Esistono ragioni logiche (tolte ovviamente le logiche di potere) per le quali nella medesima Regione vi siano Aziende sanitarie che gestiscono i bisogni di 1.150.000 cittadini e che accorpano 3 Province (l’intera Romagna) e nel contempo ve ne siano delle altre che gestiscono poco più di 130.000 cittadini in un contesto neanche provinciale? Su questi temi è necessario aprire un dibattito in tempi brevi per riportare nella nostra Regione quello spirito di innovazione ormai residuale.”

La nota della Uil regionale e della funzione pubblica Uil-Fpl protesta anche contro una nuova delibera 220/2014 secondo cui, spiega la Uil, “si fornisce un attestato a laici, assistenti (badanti) e a terzi, abilitandoli a esercitare le pratiche sanitarie proprie degli infermieri con 14,30 modestissime ore di pseudo formazione”.

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Ed ancora: “Considerati i contenuti della Legge 251, la continua evoluzione che ha contraddistinto il Servizio Sanitario Nazionale e Regionale, il fondamentale contributo offerto dalle professioni sanitarie per il mantenimento e la qualificazione del sistema salute, i nuovi modelli orientati alla integrazione ospedale/territorio, l’organizzazione delle strutture ospedaliere per intensità di cura, ecc… , pensavamo che la nostra Regione si impegnasse per garantire a infermieri e tecnici sanitari l’esercizio della libera professione autonoma nel contesto delle strutture pubbliche, così come da tempo avviene per i medici e i dirigenti sanitari. E invece, pur comprendendo l’utilità di istruire pazienti e familiari o parenti su alcune incombenze legate alle attività assistenziali per il proprio caro, assistiamo all’idea, assolutamente infausta e da respingere, di fornire in modo maldestro e pasticciato, da parte della Regione, attestati abilitanti a esercitare delicate pratiche sanitarie riservate dalle leggi dello Stato ai professionisti laureati della sanità. Un curioso modo sbrigativo di risolvere i problemi legati all’assistenza domiciliare quello di abilitare all’istante (14,30 ore) tutti gli assistenti domiciliari (le badanti) alle pratiche medico infermieristiche; poteva venire in mente solo a politici ormai decotti che non sanno che il percorso formativo universitario di ore ne prevede, giustamente, 5400”.

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